giovedì, Ottobre 29, 2026

Gianna Manzini, scrittrice lucida e decisa

Dopo aver lasciato Pistoia (città in cui nasce nel 1896), la troviamo in compagnia della madre a Firenze, dove frequenta i corsi di letteratura presso l’università toscana. Mentre si sta preparando alla tesi di laurea conosce Bruno Fallaci, responsabile della terza pagina de “La Nazione”. E’ amore a prima vista e i due si sposano nel giorno di Natale del 1920.

Il suo primo romanzo, “Tempo innamorato”, esce nel 1928 e viene accolto favorevolmente dalla critica. E’ recensito con elogi da Emilio Cecchi, figura di elevato rilievo del giornalismo italiano, malgrado definisca “complicata e un po’ abbagliante la sua scrittura”.

Il libro è molto appezzato anche da parte di André Gide e del romanziere Valery Larbaud. Addirittura si compiace pure il giovane Eugenio Montale per quanto ha scritto l’autrice e asserisce tra l’altro: “Ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano”.

La prosa di Gianna Manzini, che comunque rischia, per certi versi, di incagliarsi su un gusto letterario alquanto polveroso, viene “riattivata” grazie anche a certi suggerimenti che il giovanissimo Pier Paolo Pasolini si prodiga nel proporli.

Dopo quella tormentata stesura che si evidenzia leggendo il suo libro “Lettera all’Editore”, che in ogni caso prepara la scrittrice a sperimentazioni narrative ancora più valide, ecco apparire il suo “La sparviera” con il quale vince meritatamente il Premio Viareggio del 1956. Qui la sua intelligenza descrittiva è straripante in lucidità nelle rievocazioni.

Infatti, Gianna Manzini elenca con precisione, tra l’altro, le sue vicissitudini relative alla malattia polmonare che la imprigiona sin da bambina. E le proprie angosce infantili vengono descritte anche nel “Ritratto in piedi”, libro che le consente di svettare e di vincere il Premio Campiello del 1971.

Dimenticavamo di accennare che, nel 1933, la Manzini aveva lasciato il marito, legandosi poi, nel 1934, al critico letterario Roberto Falqui. Si trasferisce con lui a Roma e fonda con Falqui la rivista “Prosa”. Questo periodico, che dibatte a lungo sul futuro della narrativa, ospita ricchi articoli di Thomas Mann, Virginia Woolf, Jean Paul Sartre e di altri personaggi di spicco.

Ma ecco un lato di Gianna Manzini che in pochi conoscono. Scrive su “Oggi” e poi sulla “Fiera Letteraria” simpatici articoli che sfiorano l’estrosità di una verve incantevole. Ci lascia per sempre nell’agosto del 1974, solo qualche mese dopo la scomparsa del suo compagno Enrico.

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