Negli ultimi anni, le commedie teatrali italiane con operai protagonisti sono state rare. La classe operaia si è ridotta per deindustrializzazione e crisi aziendali, subendo profonde trasformazioni; parallelamente, il sindacato ha perso centralità e influenza.
Assistere a una commedia brillante e divertente ambientata in una fabbrica è dunque una novità, soprattutto sul palcoscenico del Teatro San Babila, tempio della borghesia milanese. Eppure, Il turno di notte di Gianpiero Francese – che ne è autore e regista – ha conquistato il pubblico con calore e simpatia. I sei operai protagonisti (il settimo è l’attore che impersona l’odiato dirigente francese) si trovano bloccati nello spogliatoio dopo un terremoto: affrontano la situazione con ironia e leggerezza, riflettendo sinceramente sulla loro condizione, sui sogni più intimi e sulle paure represse.
Francese si ispira alla drammatica realtà degli operai Stellantis di Melfi: un’azienda transalpina in fase di riqualificazione, tra cassa integrazione, tagli al personale e un futuro incerto. Eppure, emerge forte il senso di appartenenza e la condivisione di valori che unisce i sei, nonostante le differenze di ruolo, esperienza e carattere. Si confrontano sul passato e sul domani con schiettezza, senza retorica: aprendosi a ricordi, rimpianti, speranze.
Lo spogliatoio diventa luogo simbolico: qui gli operai si spogliano della tuta e riacquistano la loro umanità più autentica, in bilico tra la tradizione contadina (la terra, la raccolta delle olive) e l’opportunità di riscatto offerta dalla fabbrica.
In un’epoca in cui il sindacato è contestato e lo sciopero demonizzato, colpisce l’aneddoto del vecchio militante: durante un picchetto, un poliziotto – compagno di infanzia – lo riconosce, lo abbraccia e rinuncia allo sgombero. Un gesto che ricorda la forza dei legami umani oltre le divise e i ruoli che ognuno riveste.

Dopo una serie di scene spassose che vedono vittima il malcapitato dirigente francese, il finale ha un valore simbolico: quattro operai tentano la fuga attraverso un pertugio scavato nel muro, ignari di dove li condurrà. Solo due vorrebbero uscire dalla porta che finalmente si apre; uno, legato all’azienda da un lutto sul lavoro, esita. Alla fine, anche lui rinuncia: insieme all’ultimo compagno, sceglie la via più incerta ma forse anche più libera.
Grazie a battute taglienti, dialoghi dialettali e un ritmo serrato, lo spettacolo è piacevole e trasmette ottimismo. Chiude con la canzone Noi siamo figli delle stelle di Alan Sorrenti – un richiamo ironico al nome Stellantis – che sigilla il messaggio con leggerezza.
Da applaudire la prova corale dei sette attori: Giuseppe Centola, Gabriele Grano, Simona Ianigro, Dino Paradiso, Giuseppe Ranoia, Manola Rotunno ed Erminio Truncellito.
Per un assaggio dello spettacolo, cliccare sotto.

