domenica, Ottobre 18, 2026

VUCCIRIA TEATRO. IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO.

di U.Perugini

Teatro omosessuale. Già questa affermazione potrebbe mettere i perbenisti sul chi va là. Ma anche la gente comune potrebbe essere portata a reagire con una sorta di arroccamento, se non di rifiuto preconcetto. Si potrebbe temere uno spettacolo sguaiato, becero, esageratamente sopra le righe, fatto apposta per scandalizzare, una specie di guanto di sfida al pensiero conformista. Ma se qualcuno pensa che lo spettacolo “Io, mai niente con nessuno avevo fatto”, visto ieri sera al Teatro Filodrammatici, sia così, si sbaglia grossolanamente.

Il lavoro, realizzato dalla compagnia siciliana Vucciria Teatro, con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano ed Enrico Sortino (cofondatore della compagnia) in scena, è un lavoro di grande impatto che ha lo spessore e la problematicità di una tragedia, ben recitato ed emotivamente coinvolgente, al di là dei temi scottanti, ambientati negli anni Ottanta, che affronta. Non crea eccessivi problemi di comprensione il dialetto siciliano degli attori, che hanno dal canto loro altre potenti leve espressive non verbali.

La trama. Giovanni, omosessuale, candido e, a suo modo, puro, è legato da grande affetto e complicità alla cugina Rosaria, tanto da cercare di vendicarla,  anche a costo di  subire un violento pestaggio, dopo che la stessa era stata stuprata da un gruppo di giovani.  Il ragazzo crede di trovare in Giuseppe, uomo sposato, privo di morale e continuamente alla ricerca di soddisfazioni carnali, senza distinzione di sesso, la realizzazione del suo bisogno di amore. Rimarrà deluso, perché quando gli sarà diagnosticato l’AIDS, contratto proprio da Giuseppe, quest’ultimo lo rifiuterà.

Ognuno dei tre personaggi sulla scena racconta la propria storia, la rivive, la drammatizza, la rievoca sulla propria pelle, in modo autonomo, mettendo così in rilievo la grande solitudine in cui ognuno di loro si dibatte e l’incapacità di confrontarsi faccia a faccia con gli altri anche perché oppressi senza scampo dal peso di certi preconcetti sociali.

Sono “animulae vagulae”, per dirla con Adriano, che si dibattono nel mistero del sesso, dell’amore e della violenza, che faticano a districare, incapaci di far emergere, dai gesti di una quotidianità bruta e senza prospettive, l’importanza del valore e del rispetto della persona umana.

Allora, ecco il sogno: Rosaria che si immagina di fuggire dalla Sicilia in traghetto e di diventare una principessa. Sogno che diventa, alla fine, un misero “cupio dissolvi”, quando immagina di lasciarsi cadere, insieme al cugino Giovanni, malato e sempre più emarginato, in mare e sprofondarvi dentro.

La scena è vuota. Le luci giocano un ruolo importante. I riflettori illuminano di volta in volta i tre attori. Uno più forte degli altri è quello riservato agli interventi di Giovanni che alla fine si mostra il personaggio più positivo, una specie di martire, che raccoglie le simpatie del pubblico perché in lui intravede il bagliore di un amore autentico che negli altri stenta a brillare.

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