In un mondo che sembra un puzzle messo insieme da un ubriaco – guerre, crisi climatiche, rivoluzioni digitali, derive autoritarie e nazionalismi in salsa moderna – si può davvero “riprogettare” il futuro? Il IV Rapporto sull’economia postglobale, curato da Mario Deaglio per il Centro Einaudi e Intesa San Paolo, ci prova. Quindici autori di tutto rispetto si sono messi al lavoro per sbrogliare la matassa. Meglio dire subito che non è un’impresa da poco, e l’ottimismo non è esattamente il protagonista di questa storia.
Il professor Mario Deaglio nella sua presentazione parla di “crepuscolo del liberalismo” e paventa l’autoritarismo sottile di un modello di vita governato da Internet che implica la perdita della libertà di scegliere tra consumo e non consumo in un mercato che si ritiene capace di autoregolarsi ma che rifiuta regole esterne e appare senza una moralità di fondo.
Sfogliando il Rapporto, le note allegre scarseggiano. Paolo Migliavacca ci ricorda che il mondo ha detto addio agli accordi sul controllo delle armi nucleari. Risultato? Sempre più “medie potenze” pensano che un arsenale nucleare sia l’accessorio must-have del momento. E se non bastasse, i conflitti globali, più lunghi e intensi, stanno trasformando il commercio di armi convenzionali in un business fiorente. Qualcuno ha detto “pace nel mondo”?
Giuseppe Russo, invece, punta i riflettori su un altro evergreen: la polarizzazione del mercato del lavoro. Da una parte, salari fermi al palo per i lavoratori meno pagati; dall’altra, bonus da capogiro per i manager delle grandi corporation, che giocano in borsa con le azioni delle loro stesse aziende. Il divario tra ricchi e poveri? Sempre più largo, grazie. Lo sapevamo già, ma fa sempre piacere ricordarlo.
Giorgio Arfaras non è da meno. Ci racconta di una tensione sempre più evidente: da un lato, la concentrazione di imprese, redditi e ricchezza finanziaria che vivono in un mondo a parte; dall’altro, il resto della popolazione che dipende da uno Stato sociale sempre più difficile da riformare. Perché? Perché toccare gli interessi di chi vota è come giocare a scacchi con una scacchiera in fiamme. Anche questo, diciamolo, non è esattamente una notizia fresca.
Federico Boffa, poi, ci porta nel meraviglioso mondo degli algoritmi, quei simpatici strumenti che ci rinchiudono nelle cosiddette echo chambers. Tradotto: bolle dove le nostre opinioni vengono coccolate e confermate, creando polarizzazione politica e interferenze nei processi democratici. È come se il web ci dicesse: “Tranquillo, hai ragione tu, sempre”. Risultato? Fazioni opposte che si urlano contro senza ascoltarsi. Originale, vero?
Eppure, in mezzo a questo caos, c’è chi prova a indicare una via d’uscita. Marco Zatterin, con un pizzico di poesia, suggerisce che l’armonia tra i popoli e l’azione comune siano la chiave per uscire dal pantano. Bell’idea, ma quanto è realizzabile? E quando aggiunge che in un mondo senza confini “è più facile essere vittime se si è soli”, il pensiero corre subito a catastrofi e, perché no, a un’apocalisse in agguato. Insomma, non proprio una prospettiva da cartolina.
E la politica democratica, che dovrebbe salvarci? Per Giuseppina De Santis la ricetta è tanto semplice quanto rivoluzionaria: tornare a stare vicino alle persone, spiegare, persuadere, dire la verità senza paura. Basta con il decisionismo a effetto, le sparate mediatiche e i colpi di teatro. Siamo d’accordo, ma la domanda è: ce la farà la politica a scendere dal palco e tornare tra la gente?
Nel frattempo, i dati Eurostat ci sbattono in faccia una realtà poco allegra: l’Italia è tra i Paesi con la più alta percentuale di lavoratori poveri. E no, non è una medaglia da esibire con orgoglio. Mario Deaglio, con onestà disarmante, ammette che non esistono “ricette sicure” per uscire da questa impasse. Il futuro? Un’incognita. Eppure, come suggerisce Gian Maria Gros-Pietro, chi ha la responsabilità deve guardare oltre l’orizzonte, puntando a stabilità, innovazione e inclusione. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.
Insomma, il Rapporto di Deaglio non offre soluzioni pronte all’uso, ma ci spinge a farci una domanda shakespeariana: essere o non essere? O, come direbbe De Santis, “dormire, forse sognare”? Peccato che la realtà bussi alla porta, e non con garbo. Prepariamoci: il futuro da riprogettare è un cantiere aperto, e il capomastro non sembra avere ancora un piano definitivo.

