Correva il mese di maggio del 1928 quando il dirigibile, probabilmente per le incrostazioni di ghiaccio sorte, una perdita di gas a poppa oppure per una lacerazione dell’involucro (sono tre le ipotesi rimaste al centro di interminabili discussioni), andò a sbattere sul pack. Purtroppo, nel tremendo urto, undici uomini furono sbalzati sullo stesso pack, mentre sei persone ancora a bordo del dirigibile ormai svuotato dei pesi più importanti, se ne volarono via e di essi se ne persero completamente le tracce.
Tra i materiali recuperati sulla banchisa ci furono tra gli altri una tenda (in seguito battezzata Tenda Rossa e ancora visibile oggi presso il Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano), nonché una radio da campo, grazie alla quale il tecnico Biagi fu in grado di trasmettere un primo SOS assai breve. Tale radio subì presto un guasto al trasmettitore, ma il giorno seguente fu riparato.
A seguito dell’SOS lanciato, mezzi navali e aerei da Italia, Francia, Germania, Finlandia, Norvegia e URSS si misero prontamente in moto, ma ci vollero sessanta giorni prima che i superstiti fossero raggiunti e salvati. Tra i soccorritori che non fecero ritorno a casa, è bene ricordarlo, ci fu il famoso esploratore Roal Amundsen.
Ma ci fu un’anima gentile e cioè l’ingegnere milanese Gianni Albertini che volle mettersi alla ricerca delle vittime del dirigibile “Italia” e nel 1929 parti’ con il suo gruppo alla volta dell’Artico, percorrendo più di 1200 chilometri sulla banchisa, affrontando una pericolosa tempesta e anche l’attacco di un orso bianco. Infatti, diresse la spedizione Heimen-Sucai del Club Alpino Italiano e della Società Geografica Italiana, attiva tra il Mare di Barents e le isole Svalbard.
Purtroppo, non riuscì a rinvenire superstiti o comunque resti del dirigibile volato via senza possibilità di manovra. Ma riuscì a produrre rilievi geografici e importanti osservazioni scientifiche, tanto che gli venne dedicata una baia e cioè l’insenatura “Albertinibukta”. Rientrato in Italia, assunse la presidenza del Golf Club Milano e contribuì al rilancio agonistico di questo sport nel secondo dopoguerra. Ci lasciò per sempre nel 1978.

