C’era una volta il “Dr. Google”, quel riflesso incondizionato che spingeva chiunque a digitare i propri sintomi su un motore di ricerca, finendo quasi sempre per spaventarsi davanti a diagnosi catastrofiche. Oggi quel mondo sta cambiando rapidamente, lasciando il posto al “Dr. IA”. L’Intelligenza Artificiale è entrata ufficialmente nelle nostre vite: l’88% degli italiani l’ha provata almeno una volta e uno su due la usa con frequenza regolare.
Tuttavia, quando si parla di salute, ci troviamo di fronte a un paradosso: la tecnologia corre veloce, ma noi ci muoviamo al buio, senza formazione né una guida ufficiale. È questa la fotografia scattata dalla ricerca “L’uso dell’IA in ambito sanitario”, realizzata da Havas CSA e presentata da Havas Health Network Italia durante gli Healthcare & Pharma Talk di RCS Academy.
Sintomi e referti: l’IA come “assistente” medico personale
Sebbene la salute non sia ancora il motivo principale per cui gli italiani interrogano l’IA (vengono prima il lavoro, lo studio e le curiosità generali), il trend è in forte crescita. Chi decide di usarla per il proprio benessere (il 23% del campione) lo fa con scopi ben precisi:
- Interpretare i sintomi (57%);
- Comprendere i referti medici (51%), spesso scritti in un linguaggio troppo tecnico;
- Formulare ipotesi diagnostiche (50%).
C’è anche un forte bisogno di fare chiarezza sulle cure: il 31% degli intervistati usa gli algoritmi per informarsi su farmaci e terapie, concentrandosi soprattutto sulla sicurezza, come la ricerca di effetti collaterali (53%) e il controllo dei dosaggi corretti (43%).
Il divario generazionale e la piramide della fiducia
L’approccio alla “salute digitale” mostra una spaccatura netta tra le generazioni. Tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, ben 4 persone su 10 (39%) usano abitualmente l’IA per cercare dettagli su farmaci e terapie, una percentuale che crolla drasticamente superati i 35 anni.
Ma quanto si fidano gli italiani di queste risposte automatizzate? L’IA si posiziona attualmente al sesto posto nella classifica delle fonti sanitarie ritenute affidabili. Viene dopo i medici (specialisti e di base), i farmacisti, i siti istituzionali e i classici motori di ricerca, ma batte nettamente i consigli di amici, parenti e, soprattutto, di influencer e creator digitali.
Gli utenti riconoscono all’IA il merito di essere rapida nel trovare informazioni (44%) e utile nel tradurre concetti complessi o nello spiegare meglio ciò che il medico ha detto a voce (33%). Al tempo stesso, però, gli italiani dimostrano maturità e consapevolezza dei limiti: modificare i dosaggi di una cura (45%) o fare un’autodiagnosi definitiva (40%) restano azioni considerate severamente “fuori portata” per una macchina.
Il passaggio di testimone: la richiesta di una “bussola”
La verità che emerge dallo studio è che le persone stanno sperimentando da sole, in una sorta di zona grigia. Il 73% dichiara di non aver mai ricevuto alcuna formazione su come usare questi strumenti (come ChatGPT o Gemini, i più diffusi) e solo il 12% si sente davvero competente.
Per questo motivo, il 54% degli intervistati chiede a gran voce campagne informative. I cittadini vogliono una guida e chiamano in causa i garanti naturali della salute e dell’informazione: istituzioni sanitarie, medici e agenzie di comunicazione scientifica.
Come sottolineato dai vertici di Havas, l’obiettivo non è sostituire il rapporto umano tra medico e paziente, ma rafforzarlo, creando un ecosistema in cui la tecnologia sia un supporto sicuro. La vera sfida del futuro prossimo sarà alimentare le intelligenze artificiali con fonti d’informazione certificate e di altissima qualità. Solo così potremo trasformare una sperimentazione individuale e confusa in una grande opportunità di benessere per tutta la collettività.

