17 Giugno 2021

Ci ha lasciato il poeta Giancarlo Majorino

La grande Alda Merini diceva: “Quando muore un poeta, al mondo c’è meno luce per vedere le cose…”.

Ieri, ci ha lasciato a 93 anni, Giancarlo Majorino, poeta, insegnante, operatore culturale. Ha contribuito molto alla diffusione della parola poetica e della cultura in generale, dando vita alla “Casa della Poesia di Milano”, sempre restando ai margini, senza mai pretendere nulla.

L’”Associazione culturale di poesia” si è data da fare per attribuire a questo grande poeta milanese un contributo in base alla legge Bacchelli che assegna a personalità della cultura italiana in grave stato di bisogno degli aiuti economici.

Purtroppo, questa iniziativa non è arrivata in tempo per Giancarlo Majorino che è morto prima.  Una vera e tragica beffa. Ma chi era Giancarlo Majorino? Ecco come ce lo descrive,  Andrea Kerbaker: “Majorino è stato un uomo generoso: a lungo ha insegnato nei licei, fino a età avanzatissima, e negli ultimi anni ha dato vita alla Casa della poesia di Milano, compito svolto senza alcuna ricompensa, e tuttavia fondamentale, nel nostro Paese poco attento ai valori della lettura”.

Majorino era molto legato alla nostra città. Aveva abitato per anni in via Macedonio Melloni, sopra al “Cielo”, inteso come sala cinematografica, ma anche più simbolicamente come luogo privilegiato destinato a chi sa guardare dall’alto le umane passioni.

Ecco alcuni suoi versi, tratti da “Capitale del nord” (1959), dedicati alla nostra città:

“Viale Romagna tre di pomeriggio
con la gazzetta dello sport in mano
un uomo col bicchiere par di pietra
nel bianco neutro di una latteria”.

Majorino è stato autore di numerose opere di poesia e prosa. Ma, come abbiamo detto, anche insegnante di liceo, impegnato nell’ingrato compito di “strappare i giovani alla dittatura dell’ignoranza” ma anche con la sensibilità di saper parlare con loro e saperli ascoltare, cogliendo espressioni e nuovi linguaggi.

Ecco cosa pensava Majorino della poesia: “C’è questa dittatura dell’ignoranza che impera su tutti, dall’altro c’è un paradosso: le parole poesia, poetico vengono usate ininterrottamente, magari per chi fa bene le frittate o per chi scia bene… Da un lato c’è la concezione di poesia come di una cosa magnifica e rara, dall’altro la condizione in cui stanno i poeti, trascurati, lateralizzati… I poeti ne risentono, chi credendo di fregarsene, chi tentando la rinomanza, in modo che un po’ di fama arrivi e sani presso la propria coscienza, la propria ragazza, qualche parente…”

Ma la poesia non è solo la ricerca di una propria identità, di un proprio “io”. Al contrario, forse, è riuscire a dimenticarsene. Ecco qualche altro suo verso:

“Non era bello ma era necessario lasciare l’io

l’ho sbriciolato incerottato coi cerotti a pezzi

allontanarsi dalle fiammelle grette

e volare a sogno volare introiettando bassi bassi

il cemento, remoto confine dell’erba”.

Oltre all’immagine del cemento che rimanda alla città, caotica e disumana, il messaggio è chiaro: se si parte dall’io non si arriva mai troppo lontano…

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