venerdì, Ottobre 16, 2026

IL CARDINALE EUGENIO TOSI (1864 – 1929)

di Carlo Radollovich
I vecchi milanesi dimostrarono sempre sincero affetto nei riguardi di questo prelato anche perché, percorrendo egli a più riprese la vasta arcidiocesi, avevano potuto ascoltare più volte le sue profonde omelie, sempre predicate con bonomia e particolare buon senso.
La cordialità del suo esprimersi, la schietta bontà del suo cuore e l’emozione che pervadeva costantemente il suo animo mentre si rivolgeva ai fedeli, penetravano con dolcezza e stupore tra i presenti.
Ma le indefesse predicazioni giovavano anche a lui perché, durante i numerosi contatti con la popolazione, si rendeva conto di certe miserie che il periodo postbellico aveva portato con sé.
Inoltre, egli sapeva che il suo predecessore, il cardinale Achille Ratti, rimasto in arcivescovado soltanto cinque mesi perché eletto al soglio di Pietro (febbraio 1922), era un uomo spiritualmente eccezionale e voleva proseguirne l’opera, senza scostarsi dal solco da lui tracciato.
Non circondato dalla fama di dotto, mai stato a capo di vaste diocesi, Eugenio Tosi si valse delle sue innate qualità per avvicinare piccoli e grandi uomini con una disarmante semplicità, invitandoli a smantellare eventuali soggezioni per l’abito cardinalizio e chiedendo loro ampia confidenza nel conversare.
Eppure, quando celebrava le funzioni, la sua alta figura e il suo volto sempre sereno acquisivano una dignità quasi augusta, solenne. Forse, osservandolo in tali occasioni, ci si rendeva conto dei gravi compiti che andava sempre più accollandosi in una società che si stava radicalmente trasformando.
Purtroppo, la sua salute, sempre alquanto malferma, non gli consentì di aspirare a ciò che avrebbe voluto concretamente diventare. Ciononostante, egli si sforzava in maniera indefessa nell’invitare l’intera arcidiocesi nell’impostare la vita secondo le più elementari regole della pace e della concordia civile, per il bene della città e ovviamente della patria, pregandoli al tempo stesso di rinunciare all’odio e a qualsiasi contesa sbagliata.
Ecco il pilastro fondamentale del suo episcopato: ricercare costantemente la concordia, magari sacrificando una parte di sé stessi per raggiungere questa importante meta.
Svolgendo con tanta passione i compiti che la Chiesa gli aveva affidato, volle conservare il proprio abito incontaminato da servilismo, pur mantenendo il necessario rispetto per le autorità costituite.
Le sue parole, sempre semplici ma costantemente illuminate da una sicura dottrina, furono amate da numerosissime persone che osservavano in lui un vero, autentico propagatore del bene in ogni sua forma.
Si spegneva nel gennaio del 1929 e fu sepolto nel nostro Duomo, di fronte all’altare della Virgo Potens.

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