giovedì, Aprile 23, 2026

Carceri sotto pressione…

 …La sanità penitenziaria è oggi uno degli snodi più critici del sistema Paese, al crocevia tra salute, sicurezza e fragilità sociale. 

Tra crescita della popolazione detenuta, sovraffollamento e aumento di eventi critici come suicidi e atti autolesivi, il carcere si configura sempre più come lo specchio di una società attraversata da marginalità, dipendenze e disagio psichico, oltre a un luogo dove si concentrano patologie croniche, psichiatriche e infettivologiche. Interventi di prevenzione sono previsti, ma restano ancora applicati in modo disomogeneo.

Di questi temi si discute nel XXVI convegno nazionale “Agorà Penitenziaria 2026” della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – SIMSPe. Intitolato “Tutela della Salute ed Esecuzione Penale”, si svolge il 21 e 22 aprile a Roma presso l’Aula Agostini dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà, Via di S. Gallicano 25/A. Il pomeriggio del 22 aprile, presso l’Auditorium Cosimo Piccino del Ministero della Salute si terrà il convegno istituzionale organizzato da Aristea “Il carcere come opportunità di sanità pubblica e di riscatto: prevenzione, diagnosi e cura nelle popolazioni vulnerabili”, un confronto tra istituzioni, clinici, associazioni.

I dati più recenti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale evidenziano una situazione strutturalmente critica. Nei 189 Istituti Penitenziari italiani sono state accolte nel 2025 un totale di 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi. Negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. A questi si aggiungono quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025.

Il carcere si configura sempre più come il punto di convergenza delle fragilità della società: marginalità, dipendenze, disagio psichico e vulnerabilità economica si concentrano all’interno degli istituti, determinando un aumento della complessità gestionale. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione sociale, in cui, come evidenziato anche da analisi istituzionali, dopo la fase pandemica si è registrata una ripresa dei fenomeni criminali e una crescente percezione di insicurezza tra i cittadini. Alcune recenti vicende di cronaca ne sono la dimostrazione.

In questo scenario, il sistema penitenziario è chiamato a sostenere un carico che va oltre la funzione detentiva, con implicazioni sanitarie, sociali e organizzative sempre più rilevanti. “Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma una realtà concreta di salute pubblica – sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe – Occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa. In ambito penitenziario esiste spesso una asimmetria: il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere anche esigenze legate al proprio percorso giudiziario. Questo rende più complessa la valutazione clinica e richiede strumenti adeguati per garantire appropriatezza e qualità dell’assistenza”.

I cambiamenti della società, con l’aumento delle fragilità sociali e delle situazioni di marginalità, si riflettono anche in ambito penitenziario.

Il carcere è profondamente cambiato negli ultimi anni – evidenzia Luciano Lucania, Direttore SIMSPe – Oggi assistiamo a una concentrazione di disagio sociale e sanitario che rende la gestione quotidiana molto più complessa. La sovrapposizione tra dimensione sanitaria e dimensione giuridica può rendere più difficile leggere in modo preciso i bisogni di salute, in particolare in ambito psichiatrico. Questo ha effetti anche sulla qualità dei dati disponibili e sulla programmazione degli interventi. In un contesto già segnato da fragilità diffuse, è fondamentale rafforzare la sanità penitenziaria per garantire una presa in carico reale ed efficace”.

 Il Piano Nazionale della Prevenzione 2020–2025 individua strumenti fondamentali come screening, diagnosi precoce e promozione della salute. Tuttavia, l’applicazione di questi interventi negli istituti penitenziari resta ancora disomogenea, nonostante si tratti di una popolazione ad alto rischio. In questo contesto, la prevenzione assume non solo un valore sanitario, ma anche organizzativo, contribuendo a ridurre criticità cliniche e gestionali.

 Un ambito chiave è quello delle malattie infettive su cui sono stati raggiunti risultati importanti e le potenzialità sono ancora ampie.

Negli ultimi dieci anni, la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane si è ridotta dal 10% a circa l’1–2% grazie alle terapie antiretrovirali – spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe – Oggi abbiamo strumenti nuovi, come le terapie long acting per l’HIV, che consentono una somministrazione ogni due mesi e facilitano la continuità terapeutica anche dopo la scarcerazione. Per l’Epatite C la disponibilità di trattamenti in grado di eradicare il virus definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali ha portato a risultati straordinari. Proprio le carceri restano uno dei serbatoi in cui far emergere il sommerso. Un recente studio, contemplando un elevato numero di detenuti, ha rilevato una prevalenza del 20%: è la dimostrazione dell’efficacia dei test diagnostici rapidi, eseguibili all’ingresso in istituto, che rendono il carcere un contesto strategico per programmi di screening e linkage to care”.

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