sabato, Aprile 18, 2026

La rabbia dei trezzesi

Ci troviamo a Trezzo sull’Adda, oggi in provincia di Milano, nell’anno 1620, in una comunità di pescatori. Da due o tre mesi, purtroppo, il fiume si dimostrava sempre più avaro di pesci, tanto che gli operatori di questo settore erano praticamente disperati perché, non conoscendo altro mestiere, non sapevano come nutrire a sufficienza le proprie famiglie.

Infatti, le reti trascinate a riva erano spesso vuote e anche ricorrendo alla “pastura”, un metodo tradizionale per attrarre pesci versando in acqua pezzi di pane raffermo oppure vermiciattoli estratti dal terreno, non c’era segno di qualche consistente cattura.

Una sera si radunarono in chiesa e, dopo l’ennesimo fiasco culminato con la pesca di zero pesci o quasi, decisero di fare un voto a San Giuda Taddeo, protettore dei casi disperati: promisero al santo di far celebrare una decina di sante messe in cambio di una sufficiente pesca di arborelle, tinche o persici.

I risultati soddisfacenti non si fecero attendere, con piena contentezza dei pescatori. Ma qualcuno di loro fece presente che, detraendo i costi per il sostentamento alle famiglie e soprattutto detratti i debiti accumulatisi durante i ben noti periodi di magra, non sarebbero avanzati quattrini sufficienti per far celebrare le messe al santo.

Decisero allora di compilare una sorta di richiesta di perdono da inviare con sollecitudine a San Giuda Taddeo. Il santo apparve ad un paio dei pescatori dicendo loro, con grande garbo, che gli impegni presi vanno onorati anche a costo di sacrifici e che avrebbe deciso subito di punirli.

Infatti, non appena ritirate a riva le reti stracolme di pesci, tutte le specie catturate lasciarono le barche per ritornare guizzanti nel fiume, lasciando i pescatori con un palmo di naso. Essi erano incavolati più che mai e vecchie dicerie raccontarono che, entrati in chiesa, si appropriarono di una statua in legno del santo e le diedero fuoco.

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