giovedì, Marzo 5, 2026

La BPCO ha un nuovo respiro…

…a breve anche in Italia il primo farmaco biologico mirato per una patologia dall’elevato impatto sociale

La BPCO – Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva rappresenta una sfida sanitaria globale: è la terza causa di morte nel mondo, responsabile di 3,5 milioni di decessi nel solo 2021, pari al 5% di tutte le morti. Nonostante questi numeri, la patologia è ancora oggi ampiamente sottovalutata e sottodiagnosticata, complice l’età media di insorgenza – l’insorgenza è tipica sopra i 40 anni, con un aumento della prevalenza che supera il 25% negli over 80 – le implicazioni associate alla sua principale causa – il fumo di sigaretta – e persino il suo nome, uno scioglilingua difficile da pronunciare e ricordare.

Questi i temi da cui ha preso il via l’evento “La BPCO ha un nuovo respiro”, organizzato da Sanofi e Regeneron. Obiettivo dell’incontro è stato mettere in evidenza il peso e l’impatto della patologia nella quotidianità di pazienti e caregiver, le attuali strategie di gestione, i bisogni ancora insoddisfatti e le nuove prospettive.

In particolare, è la malattia non controllata a porre le sfide maggiori per i clinici e per i pazienti. Nonostante la massima terapia inalatoria ad oggi disponibile, infatti,il 50% delle persone con BPCO continua a presentare riacutizzazioni, ovvero picchi di peggioramento della patologia con aggravamento dei sintomi abituali che possono portare all’ospedalizzazione, alla progressione della malattia fino, nei casi più gravi, alla morte.

“La quotidianità di chi convive con la BPCO, specie nelle forme più gravi, è spesso dominata dalla ‘fame d’aria’ e dalla costante paura delle riacutizzazioni. È una condizione che erige barriere invisibili: gesti semplici come fare una rampa di scale o uscire di casa diventano imprese impossibili”, ha testimoniato Simona Barbaglia Presidente Respiriamo Insieme APS e caregiver di una persona con BPCO. “Sebbene il range di età dei pazienti sia ampia, si tratta per lo più di anziani, magari soli o la cui assistenza ricade su coniugi anch’essi in età avanzata e fragili, oppure sui figli. Il carico della patologia coinvolge dunque anche i caregiver, che devono supplire alla crescente mancanza di autonomia del paziente con un’assistenza continua che richiede pesanti sacrifici in termini di tempo, lavoro e vita privata. Poter accedere a una cura che può ridurre gli episodi acuti, causa di un’accelerata progressione, significa quindi molto di più che respirare meglio: significa restituire dignità e prospettive a intere famiglie, permettendo loro di recuperare una qualità di vita che la malattia aveva compromesso.”

Una novità arriva dalla ricerca, con il primo farmaco biologico mirato in BPCO, un anticorpo monoclonale che offre una nuova prospettiva di gestione della patologia dopo decenni di terapie inalatorie, a breve rimborsato anche in Italia. Si tratta di dupilumab, già approvato dall’EMA a luglio 2024: un anticorpo monoclonale che agisce sulle due molecole chiave dell’infiammazione di tipo 2 indicato come trattamento aggiuntivo di mantenimento per gli adulti affetti da BPCO non controllata nonostante la terapia inalatoria ottimale, caratterizzata da un aumento degli eosinofili nel sangue. I dati hanno dimostrato che dupilumab, in aggiunta alla terapia standard, riduce in modo significativo le riacutizzazioni moderate e gravi, migliora la funzione polmonare, i sintomi e la qualità di vita dei pazienti.

“Le raccomandazioni GOLD, frutto del lavoro di un gruppo internazionale di esperti sulla BPCO e recentemente ulteriormente aggiornate, pongono l’accento sul ruolo cruciale delle riacutizzazioni: aumentano il rischio di mortalità, accelerano la progressione della patologia e compromettono la qualità di vita”, ha spiegato Alberto Papi, Professore ordinario di malattie dell’apparato respiratorio e Direttore dell’Unità Respiratoria del Dipartimento CardioRespiratorio, Ospedale Universitario Sant’Anna, Ferrara, nonché membro della commissione scientifica del gruppo GOLD. “In questo scenario, l’avvento di dupilumab segna la svolta terapeutica che attendevamo da decenni. Dupilumab è infatti il primo farmaco biologico ad agire su una popolazione mirata che riduce le riacutizzazioni associate ed offre un’opzione innovativa per un miglior controllo della malattia e una riduzione del carico clinico-assistenziale.” 

Durante l’evento è stata evidenziata inoltre la necessità di un approccio olistico alla BPCO e l’importanza di percorsi di riabilitazione integrati, capaci di affrontare non solo i sintomi fisici, ma anche le implicazioni psicologiche. Spesso, infatti, i pazienti con BPCO soffrono di ansia e depressione, poiché sopraffatti da una malattia cronica e progressiva e spaventati di andare incontro a nuove riacutizzazioni. Se sono stati a lungo, o sono tutt’ora, forti fumatori, possono convivere, inoltre, con un forte senso di colpa rispetto alla propria patologia tanto da risultare rassegnati.


“La BPCO porta con sé ferite invisibili come ansia, depressione e la costante paura delle crisi respiratorie e di non saper gestire l’evoluzione della malattia, spesso aggravate dalla difficoltà di avere una diagnosi chiara e tempestiva e, per i pazienti fumatori, dal senso di colpa,” 
ha aggiunto Maria Dolores Listanti, fisioterapista e insegnante di mindfulness intervenuta in rappresentanza dell’Associazione Pazienti BPCO. “Tutto ciò può tradursi in pericolosi ritardi nella diagnosi o in una gestione non appropriata della patologia. Proprio per superare queste barriere emotive è fondamentale un approccio orientato a un benessere olistico del paziente: ecco che la riabilitazione respiratoria e la mindfulness non sono semplici esercizi, ma strumenti essenziali che permettono al paziente e al caregiver, una volta raggiunta la stabilità terapeutica, di riappropriarsi del proprio respiro e gestire il carico emotivo. Questo percorso trasforma il controllo dell’infiammazione in una concreta ripresa funzionale e psicologica, restituendo fiducia nel futuro.”

La disponibilità attesa a breve di dupilumab in Italia potrà rappresentare una nuova importante opzione terapeutica per i pazienti con BPCO e potrà potenzialmente cambiare la traiettoria per una patologia grave che presenta ancora bisogni insoddisfatti.

“Questo traguardo è un’ulteriore tappa della nostra strategia di lungo periodo: oltre dieci anni fa Sanofi ha scelto di investire nell’immunologia e nelle malattie infiammatorie croniche, facendo della ricerca il motore della propria ambizione” ha dichiarato Marcello Cattani, Presidente e Amministratore Delegato, Sanofi Italia e Malta. “In uno scenario globale in rapida evoluzione, esiste in Europa un rischio concreto di accesso per terapie innovative come gli anticorpi monoclonali e non solo. Per questo è fondamentale premiare la ricerca e permettere alle imprese di far maturare il valore dell’innovazione: la capacità di continuare a generare valore per il Sistema Italia passa dalla solidità degli investimenti e dalla collaborazione di tutti i suoi attori. Come azienda biofarmaceutica guidata dalla Ricerca e Sviluppo, continueremo a lavorare con questa ambizione, trasformando la scienza in opportunità di cura per le persone.”

Va ricordato che laBPCO è una malattia caratterizzata da un’ostruzione persistente delle vie aeree, da sintomi respiratori cronici e da frequenti riacutizzazioni che, nel tempo, compromettono progressivamente la qualità di vita. Rappresenta la terza causa di morte a livello globale e colpisce tra 300 e 400 milioni di persone nel mondo, con una proiezione di quasi 600 milioni di casi entro il 2050. Nel solo 2021 ha provocato 3,5 milioni di decessi, pari al 5% delle morti globali. In Italia viene spesso identificata quando è già in fase avanzata, con una riduzione della funzione respiratoria che può raggiungere il 50% al momento della diagnosi. Il peso economico e sociale della malattia è considerevole, amplificato da un’ampia sotto-diagnosi, dall’assenza di percorsi assistenziali strutturati e da un alto tasso di ospedalizzazioni.

Nonostante i progressi terapeutici, la mortalità legata alla BPCO rimane stabile, un dato attribuito alla diagnosi tardiva o incompleta della malattia, dei suoi sintomi e all’avvio ritardato o non ottimale delle terapie. Una quota di pazienti presenta inoltre un’infiammazione di tipo 2 alla base della patologia, una forma specifica di infiammazione cronica che può favorire la persistenza dei sintomi e aumentare la frequenza delle riacutizzazioni. In questo contesto, l’arrivo prossimo di dupilumab come nuova terapia mirata rappresenta un’opportunità cruciale per migliorare la gestione clinica dei pazienti.

               

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