Nel recente CD edito da Wow Records, dal titolo Inceptum, Lewis Saccocci, uno dei giovani e più quotati organisti jazz italiani, propone otto brani nei quali esplora le qualità espressive dell’organo Hammond con spirito sperimentale, cercando di lasciarsi alle spalle certe sonorità tradizionali. Cosa tutt’altro che facile ma, secondo noi, riuscita.

Nonostante il successo delle tastiere elettroniche moderne, la scelta dell’organo Hammond da parte di Saccocci ha un senso perché lo strumento mantiene un suo indiscusso fascino, grazie alla timbrica vibrante e unica che si unisce alla sua ormai lunga storia (90 anni) e, di conseguenza, al suo patrimonio sonoro che parte dal gospel, per approdare con successo al rock e al jazz.
Al di là di una ricerca virtuosistica fine a sé stessa, in Saccocci c’è il desiderio di cogliere nelle caratteristiche peculiari del suo strumento orizzonti nuovi dove i toni solenni, sognanti, classici, dati dalla sua voce rotonda e carnosa possano intraprendere altre strade, meno giocose, forse, da un lato più intime, e dall’altro anche più energiche, più impetuose.
L’organ trio, in questo caso, serve a compiere l’operazione. Accanto a Saccocci, due validi musicisti come Enrico Bracco, alla chitarra, e Valerio Vantaggio, alla batteria, sanno dialogare e fondere i loro contributi in una interazione dinamica che amalgama linee melodiche, timbriche e di accompagnamento, senza che le percussioni sovrastino il mood di insieme.
Inceptum, probabilmente da intendersi anche come un “work in progress”, è un inizio, un progetto, come dice lo stesso Saccocci, che nel primo pezzo, con un gioco di parole che strizza l’occhio alla sua origine romana (prenestinato, predestinato), pensa a sé stesso come a un pioniere alla ricerca di nuovi percorsi nel contemporary jazz, ricercando, tramite l’Hammond organ, una fusione tra eleganza ed energia musicale.
Accanto a brani nei quali la voce dello strumento imita quella umana in una ricerca evocativa molto personale (Onetime episode ad esempio), in altri si toccano suggestioni più sognanti o dionisiache (One for Sara) fino a trascendere in ambiti ancora più rarefatti e fluidi, quasi irreali, ma pur sempre pieni di fascino (Lament for JDF).
Ognuna delle otto composizioni – tutti lavori originali di Lewis Saccocci – ha un suo proprio contenuto espressivo, un taglio personale che unisce a note malinconiche veementi sequenze rock, tra toni metallici e toni più caldi, in uno spettro completo di suggestioni che richiede sempre l’interpretazione dell’ascoltatore, mai passivo fruitore.

