20 Giugno 2021

Dante rivisto da Porta e un ricordo personale

di Ugo Perugini —
E’ l’anno di Dante Alighieri. Io personalmente ho avuto con il grande Poeta un rapporto un po’ travagliato al Ginnasio. Ce lo insegnava un professore di italiano che mi intimoriva per il suo atteggiamento austero e arrogante, tanto che dentro di me l’avevo soprannominato “Bluto”, il cattivo di Braccio di ferro, con la faccia scura per una barba ispida e indomabile, alto e grosso come un armadio, sempre vestito di una palandrana nera.

Insomma, grazie a lui ho odiato Dante e quando dovevo parafrasare qualche terzina mentre lui incombeva dietro di me con aria intimidatoria, andavo nel pallone e avrei voluto sprofondare – magari proprio all’inferno – piuttosto che subire quel supplizio e il suo vocione che riprendeva senza pietà ogni mio strafalcione interpretativo. 
Ma con Dante, per fortuna, mi riconciliai più tardi, grazie a un professore di liceo di Porto Sant’Elpidio, di cui divenni amico perché avevamo in comune diversi interessi letterari. Lui era un raffinato poeta, apprezzato al punto che, alla sua morte, gli è stata dedicata la Biblioteca della sua cittadina. Si chiamava Carlo Cuini ma era anche un grande appassionato di Dante. 

Carlo Cuini

Fu lui a farmelo amare. Ricordo lunghe e appassionate discussioni su certi argomenti della Divina Commedia. Inoltre, era anche cultore di acrostici e ne aveva individuati diversi nell’opera del Fiorentino, spiegandone con accuratezza il senso. Il suo libro più importante su questi temi è “Novità nella Divina Commedia” – acrostici e motivi polemici – edito da Serarcangeli.
Quanto siano importanti Dante e la sua opera per noi italiani lo sappiamo tutti. Ma anche i milanesi gli devono molto. Non dimentichiamoci che la prima traduzione del poema di Dante in un dialetto italiano si deve a Carlo Porta. L’Inferno in versi milanesi, seppure parziale, rappresenta il vero inizio della poesia portiana. 

Ecco la terzina iniziale della Commedia, cosi come l’ha rivista in lingua meneghina, Carlo Porta: 
«A mitaa strada de quell gran viacc 
che femm a vun la voeulta al mond da là 
me sont trovaa in d’on bosch scur scur affacc, 
senza on sentee da podè seguità»

Certo, in Porta troviamo una certa ironia e comicità, anche involontaria, che riporta la parodia in un atmosfera decisamente più realistica. Chi volesse leggere questa godibilissima trasposizione del capolavoro dantesco può leggersi  il libro L’Inferno di Dante riscritto in milanese  – edito da Interlinea, 2021 – con una prefazione di Pietro Gibellini che nel suo saggio introduttivo tra l’altro chiosa: “L’allegria è un filo che, pur variando di colore e misura, cuce le poesie portiane facendone un compatto organismo”.
E Porta riesce davvero a buttare sul ridere anche il drammatico Canto V, quello di Paolo e Francesca. L’amore appassionato e infinito, secondo Dante. 
“Noi leggiavamo un giorno per diletto/
 di Lancialotto come amor lo strinse;/
soli eravamo e sanza alcun sospetto”.
Carlo Porta, da milanese piuttosto concreto e sanguigno traduce: 
“Leggevem on bell dì per noster spass
 i avventur amoros de Lanzellott;/
no gh’eva terz incomod che seccass,
stoo per dì s’avarav poduu stà biott;”
Vedete voi se la Francesca di Porta non ha qualche somiglianza con la  sfrontatezza tragica e vitale della Ninetta del Verzee!

La copertina del libro

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