25 Luglio 2021

Carlo Porta nella sua adorata Milano

Quando il grande poeta nacque a Milano, nel 1775, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria aveva contribuito a far decollare la nostra città sotto ogni profilo, conferendole un prestigio assai rilevante. Infatti, qui fiorivano le scienze, le arti e le lettere, mentre i ricordi della frustrante dominazione spagnola apparivano ormai decisamente lontani.

Avviato alla carriera ecclesiastica (frequentò il seminario arcivescovile), il Porta abbandonò l’idea di farsi prete, soprattutto per mancanza di vocazione, per poi mostrarsi impiegato modello presso l’amministrazione comunale nel settore finanze.

Visse a Venezia tra il 1798 e il 1799 e qui ebbe modo di frequentare un valido ambiente letterario, cogliendo contemporaneamente l’occasione per testare le proprie capacità poetiche, peraltro già messe in luce pochi anni prima con la traduzione dell’ode “A Silvia”, composta da Giuseppe Parini.

Rientrato a Milano, venne ammesso all’Accademia letteraria e qui volle mettere a punto i caratteri basilari della sua arte poetica, intrisa di grande umanità e soprattutto ricca di accattivante satira.

Accanto a lui si riunirono i più importanti nomi della cultura ambrosiana, tra i quali Tommaso Grossi (a lui particolarmente caro), Alessandro Manzoni, Vincenzo Monti, Giovanni Berchet. Nel frattempo, il Porta si distinse per aver conferito al nostro dialetto una particolare impronta letteraria, trasformandolo anche in un nuovo e aggiornato mezzo di comunicazione, dai contenuti decisamente rammodernati.

E che dire dell’ambiente politico milanese vissuto da Carlo Porta ? Il governo viennese aveva esasperato la fiscalità nei confronti dei territori milanesi, mentre le truppe napoleoniche premevano ormai ai confini, presagio all’ingresso in città del grande corso il 15 maggio 1796.

In una Milano disturbata oltre misura, il poeta fondo’ la “Cameretta”, un movimento artistico, soprattutto letterario, ma non disdegno’ anche altri settori dell’arte. Vi fecero comunque parte il poeta Giovanni Torti, forse il migliore allievo di Giuseppe Parini, i pittori Gaetano Cattaneo, uomo di ampia cultura e Giuseppe Bossi, segretario per circa cinque anni dell’Accademia di Brera, Giuseppe Bernardini, cofondatore del “Teatro Patriottico” e ovviamente l’amico fraterno Tommaso Grossi.

Il Porta giunse al top della popolarità con “Desgrazi de Giovannnin Bongee” un monologo che diede forza alla lirica portiana, ove viene descritta in toto l’esperienza umana. Giovannin è il rappresentante reale di questa umanità, rattristato sì per la sua condizione di diseredato, ma non mancò mai di esprimere quel graffiante spirito umoristico tipico degli ambrosiani.

La vita del Porta si svolgeva interamente tra le mura di Milano con l’eccezione di qualche brevissima vacanza a Torricella, una frazione di Barzano’ in Brianza. Malgrado i dolori che la gotta gli provocava, mise in luce una particolare fecondità letteraria a pochi anni dalla morte (1821). L’elemento popolaresco lo accompagnò in ogni sua poesia, ravvivando in continuazione il suo indiscusso ed elevato livello lirico. Al centro di molte riflessioni, l’immagine della sua Milano era sempre inamovibile.

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