giovedì, Ottobre 15, 2026

LA VECCHIA FERROVIA MILANO-MONZA

di Carlo Radollovich

In una pergamena finemente disegnata, conservata presso l’archivio storico del Comune di Milano e datata 16 novembre 1839, è riportata una precisa autorizzazione dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo Lorena con la quale si consentiva al “nobile signore” Putzer de Reibegg di Bolzano, titolare della ditta Holzhammer, di costruire un tronco di ferrovia lungo il tratto Milano-Monza.

In meno di dieci mesi di lavori, binari, traversine e altre indispensabili attrezzature erano già state posate lungo i 13 chilometri del percorso, tanto che l’inaugurazione a Monza, alla presenza del primo vicerè del Lombardo-Veneto, arciduca Giuseppe Ranieri, poteva  essere fissata per il 17 agosto 1840.

In molti si chiederanno perché festeggiare la partenza del treno nella città ai margini della Brianza anziché a Milano. Molto semplice. L’arciduca, in vacanza nei suoi splendidi appartamenti di Monza, aveva fatto chiaramente intendere che non intendeva spostarsi. E così, le autorità milanesi si misero in viaggio in carrozza verso Monza per ripartire poi in treno, la mattina del giorno seguente, verso Milano.

Malgrado la giornata del 17 cadesse di lunedì, gente festante era accorsa assai numerosa per ammirare la locomotiva e gli inconsueti vagoni.

Ma tutti coloro che ebbero la fortuna di salire sul vagone delle autorità (unitamente ad altri quattro), affidandosi ad una macchina tanto misteriosa e ad un congegno del tutto sconosciuto, non ci trasmisero mai le emozioni vissute durante i diciannove minuti di percorso: né l’arcivescovo di Milano Karl von Gaisruck né il governatore Franz Hartig lasciarono tracce scritte sulle possibili tensioni provate.

Non ci resta che rifarci ai giornali. Con uno stile da cancelliere di tribunale dell’epoca, la “Gazzetta Privilegiata” del 18 agosto segnalò che “dopo la più accurata ispezione alla linea, alla locomotiva, e alla stazione, e trovato tutto in regolare e soddisfacente stato (…) si poté procedere solennemente all’aprimento del nuovo cammino”. Non una descrizione degli entusiasmi, non una nota di colore.

Occorre tuttavia citare che un personaggio pittoresco di quei tempi, un certo dottor Giovanni Rajberti, primario dell’ospedale di Monza e successivamente di quello di Como, vide in questo trionfo della meccanica l’avverarsi di un sogno altamente umanitario, prevedendo la fine delle guerre e l’affratellamento dei popoli, collegati tra loro dal nuovo mezzo di trasporto. Secondo la sua serena visione di un mondo in positiva evoluzione, osservava nel progresso della macchina un prodigioso ramoscello di pace offerto a tutti noi.

Purtroppo, la storia gli diede ragione solo in parte, ma egli fu uno dei pochi a trasmetterci, nelle sue poesie in dialetto meneghino, le emozioni di una straordinaria avventura umana, quella provocata dal treno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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