La vita frenetica che ci impone la nostra società sembra farci perdere il senso del tempo. Viviamo in un presente continuo, ossessivo che non ci consente di capire cosa sia essenziale e cosa superfluo. Il tempo non basta mai, le agende sono fitte di impegni. Qualcuno ha parlato di cronofagia. Cioè il meccanismo perverso per cui la gente, insaziabile, si mangia il tempo che ha a disposizione per rispondere alle leggi inesorabili dell’efficienza, del guadagno.
Nella commedia di Roberta Skerl i tre protagonisti, Filippo, Ninni e Giovanni, sembrano opporsi a questo andazzo con un sistema semplice ed efficace: ricorrere alla loro amicizia, una amicizia solida, che risale al tempo della scuola, e che ora, raggiunta la mezza età, regge ancora.
Eccoli, quindi, che si ritrovano a cena in una calda serata d’agosto, per il gusto di stare insieme senza scopi precisi, il famoso e mai abbastanza apprezzato “cazzeggio”, per il solo piacere di ridere, di prendersi in giro, di ricordare.
Ma qualcosa turba questo incontro. Qualcosa di pesante che non può essere evitato scherzandoci sopra e che bisogna affrontare di petto, se si ha abbastanza coraggio per farlo. Qualcosa che rimette in discussione e ridimensiona in un colpo tutta la vita trascorsa. Qualcosa che cerchiamo continuamente di allontanare da noi ma che incombe, la morte.
Come affrontarla? Con leggerezza e con determinazione, quasi anticipandola come prova a fare Filippo, quando sa che gli resta poco tempo da vivere. Ma i rimpianti sono tanti, le cose da sistemare prima di lasciare questa terra troppe. Imbrigliati fino all’ultimo dalle nostre quotidiane incombenze e senza altra speranza, alla fine si muore come si è vissuto.
Pur nella leggerezza della commedia, non mancano quindi gli spunti di riflessione. La recitazione dei tre protagonisti: Paolo Triestino, che è anche regista dello spettacolo, Edy Angelillo e Emanuele Barresi sa ricreare certe situazioni con delicatezza e sensibilità. Non meno importante il contributo della colonna sonora che dà anche il titolo alla pièce “Que serà” (“quel che non ha rimedio e mai ce l’avrà”), malinconica e dolcissima canzone del grande Chico Buarque.

