La razza umana è in pericolo di estinzione? Se lo chiede Emanuele Aldrovandi autore del testo portato in scena al Teatro San Babila (resterà in cartellone fino a domenica 19 gennaio), con gli attori Giusto Cucchiarini, Eleonora Giovanardi, Luca Mammoli, Silvia Valsesia, Riccardo Vicardi e la partecipazione vocale di Elio De Capitani.
Il condominio, come lo intendiamo oggi, è il luogo ideale per ambientare la drammatica reazione di due coppie costrette a vivere in casa a causa dell’arrivo di una terribile pandemia che trasforma le persone in tacchini.
E l’androne del palazzo è l’ambiente più adatto per far scoppiare contrasti, già di per sé frequenti anche in tempi normali, tra persone che vivono nello stesso stabile ma si conoscono appena e hanno, come spesso accade, idee ed esperienze diverse, aspettative e paure spesso non conciliabili.
I cortili, come i condomìni di una volta, erano quasi dei “villaggi solidali”, in cui quello che era importante era appunto il senso di solidarietà tra vicini, la condivisione, la tolleranza, l’aiuto reciproco. Ai giorni nostri con l’individualismo sfrenato che contraddistingue i nostri comportamenti e che ignora ogni rapporto civile, con i ritmi frenetici che ci vengono imposti dalla vita e dal lavoro, vige un’indifferenza generalizzata che sfocia in conflitti e delegittimazione reciproca.
Ma ormai non ha senso rimpiangere un passato che non verrà più. Ora quello che conta, anche grazie a una polarizzazione delle idee sempre più spiccata, è la necessità di prevalere, dopo una cortesia di facciata che si sgretola in fretta, sull’altro, anche ricorrendo ad argomentazioni banali, capziose, false, basate su pregiudizi. Ognuno pronto a difendere il proprio orticello, anche con la violenza, come vediamo nella scena finale.
I dialoghi tra i quattro, molto serrati e resi in modo eccellente dagli attori, partendo da constatazioni quotidiane insignificanti, a poco a poco si ritrovano quindi ad affrontare temi di importanza fondamentale, che riguardano la morale, la filosofia di vita, il bene pubblico, l’ inquinamento, fino ad arrivare al significato della libertà, al senso della vita, alle aspettative religiose.
E con loro anche gli spettatori vedono messe in discussione le loro idee e i loro principi. E ci si rende conto come nella nostra società siamo pronti a reagire d’impulso a notizie, non necessariamente false, che toccano le nostre emozioni, sollevano i nostri pregiudizi, titillano i nostri istinti, forse i peggiori, evitando di ragionare o riflettere opportunamente.
In questa operazione, il lavoro dell’autore Emanuele Aldrovandi che ne è anche il regista, è senz’altro apprezzabile, perché ci invita a riflettere, a non far prevalere il qualunquismo, a non far vincere quel clima che alimenta la nostra epoca dove prevale la “post-verità”.
Cerchiamo allora di vedere questo lavoro teatrale come un invito a ripensare al significato vero della democrazia, ribadito recentemente anche dal Presidente della Repubblica e cioè che non significa parteggiare ma partecipare perché la relazione con l’altro deve venire prima dell’individuo.

