venerdì, Ottobre 16, 2026

LE ATROCITÀ DI BERNABÒ VISCONTI (1321 – 1385)

di Carlo Radollovich

Il signore di Milano Bernabò Visconti, ben noto a Corte per i suoi terribili eccessi d’ira, fu senza dubbio il più atroce rispetto ai suoi predecessori. Un suo evidente segno di crudeltà venne mostrato mentre si trovava presso il castello di Melegnano. Stava per ricevere la visita di due monaci ed era senz’altro a conoscenza che i religiosi erano latori di una lettera di biasimo che papa Innocenzo VI aveva scritto per lui.

Li accolse, si fa per dire, sul ponte levatoio e fece loro la seguente domanda: “Preferite bere o mangiare?”. La frase nascondeva una vera e propria atrocità perché il “bere” si riferiva all’essere gettati nel sottostante fossato pieno d’acqua, mentre il “mangiare” significava masticare e inghiottire la Bolla del Papa. Intuite le cattive intenzioni di Bernabò, i due frati finsero di credere e fecero richiesta di un po’ di verdura da mettere sotto i denti. Si sentirono comunque più che sbalorditi quando si accorsero che il “pasto” consisteva nell’ingerire l’intero incartamento pontificio, sigilli compresi.

Altro atto davvero feroce fu da lui compiuto nei riguardi di un altro religioso, inviato dal Papa, latore di un documento che conteneva la descrizione di un bando da diffondere per contrastare l’operato di un amico dello stesso Bernabò. Il povero monaco venne fatto subito prigioniero e poi legato su una sorta di graticola. Alla sua base venne acceso un grande fuoco e il religioso morì dopo ore tra indicibili sofferenze.

Altra azione crudele del “signore di Milano” si svolse contro una sua figlia illegittima di nome Bernarda, accusata di adulterio. Dopo essere stata pesantemente strattonata da alcuni armigeri, venne poi torturata e infine murata viva in una cella senza luce della Rocchetta di Porta Nuova. Attraverso un pertugio, lei veniva rifornita di pane e di acqua. Trascorse in quello stato per ben sette mesi e poi spirò ridotta ad uno scheletro.

Ma la tirannia di Bernabò ebbe fine nel marzo del 1385 quando il nipote Gian Galeazzo lo fece rinchiudere nella torre più alta del castello di Trezzo sull’Adda, ove morì nel dicembre dello stesso anno a seguito di un avvelenamento. Nessuno lo rimpianse e pochissimi Milanesi tributarono onori alla salma.

Oggigiorno la sua figura marmorea, nelle vesti di un guerriero armato in sella ad un cavallo (mausoleo da lui stesso ordinato quando compì i quarant’anni), è visibile presso il Castello Sforzesco.

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