Sono 12 i pezzi che costituiscono l’ultimo lavoro di Michele Perruggini, che ne ha curato arrangiamenti e composizione. Il titolo del CD, pubblicato dalla Abeatrecords, “Stay Human” è già di per sé eloquente.
Tutti i brani nascono da un tema centrale, da un’idea condivisa che preoccupa tutti. L’avvento di una tecnologia sempre più invasiva che rischia di condizionarci, limitare la nostra libertà, farci perdere di vista i valori autentici che caratterizzano la nostra umanità.
Come è possibile tradurre queste preoccupazioni, questi sentimenti in un suono che diventi una vera esperienza di ascolto unitaria capace di farci riflettere sulla pericolosa deriva che sta prendendo il mondo?
La musica, il jazz in particolare con la sua endemica capacità di presentarsi come una proposta mai banale e in grado di andare oltre gli schemi, è in grado di farlo. In una parola, il lavoro di Perruggini e della sua band, composta da sei elementi, ha l’ambizione di tradurre le idee in atmosfere, in suggestioni, in timbri e dinamiche, con il respiro e la complessità di un lavoro sinfonico.
Anche questo album, come altri precedenti, è caratterizzato da una soffusa vena malinconica, intima, che parte dalla ricerca di livelli emotivi intensi che siano comprensibili per chi li ascolta. L’incertezza che stiamo vivendo, sembra dirci Michele Perruggini, va affrontata con modi nuovi capaci di interpretare il presente senza perdere di vista il profondo senso di appartenenza di ognuno di noi.

Nel brano che dà il titolo al lavoro “Stay Human” i sei componenti del gruppo offrono ognuno secondo il proprio strumento l’interpretazione più concreta di questo messaggio ed è giusto citarli uno per uno: Roberto Olzer, piano, Yuri Goloubev, contrabbasso, Riccardo Bertuzzi, chitarre, Guido Bombardieri, sax soprano e clarinetto, Michele Perruggini batteria, Dario Tanghetti percussioni. Senza dimenticare, peraltro, Fausto Beccalossi, fisarmonica, per i pezzi 3 e 9.
Insomma, musica come messaggio, reso concreto dalla presentazione che ne fa lo stesso autore quando cita l’entanglement inteso come sfida nei confronti della nostra logica classica, suggerendo una realtà più interconnessa e meno prevedibile di quella che un controllo tecnocratico vorrebbe imporre, un “anti-omologazione” fondamentale che ci invita a pensare in termini di connessione profonda e autenticamente vissuta.

