di Remo Righi
Sto per scrivere questa recensione ascoltando musica, ma lo schermo del cellulare continua a scorrere da solo, come un malato terminale. Il singolo è Non c’è più un Carmelo Bene. Pillole e Morgan. Una produzione Baskerville Records di Vernetti, tra Londra e Vercelli. Non c’è da sorridere. Forse il confronto con la capitale inglese sminuisce le bellezze della cittadina piemontese? Il singolo è stato lanciato l’8 ottobre al Roxy Bar di Red Ronnie e da qualche giorno è su tutte le piattaforme.
Bel tipo, Carmelo Bene. Il suo “depensamento”, quello stato di “vuoto di cervello”, il superamento della ragione e delle logiche tradizionali e ormai obsolete descrivono bene, molto bene, l’atmosfera in cui viviamo oggi. E, nel suo piccolo, lo fa anche questo singolo, che si avvale del suo nome per attirare l’attenzione di un pubblico assuefatto.
I Pillole sono quelli che prima si chiamavano The Pillheads. La formazione è composta da Paolo Baltaro — già Arcansiel, S.A.D.O. e Sorella Maldestra —, Daniele Mignone e Giuseppe Garavana. Pillole, dunque: non per sanare, ma per strozzare. Il brano parla di doomscrolling, di quel dito che, invece di servire ad altro, striscia compulsivamente sullo schermo in cerca di notizie allarmanti, negative, funeree, come il carattere dei suoi possessori. Realtà deformate, immondizia che penetra negli occhi e nella mente, e lì si incista. A quel punto viene la nostalgia della pazzia “vera”, di quella “buona”, di quella che ribalta le regole del teatro e della comunicazione a colpi di genio. Sì, proprio quella di Carmelo Bene.
Morgan lo dice all’inizio con una frase magnificamente criptica: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. E Carmelo Bene rinforza il concetto alla fine, scandendo con quella sua inconfondibile voce proveniente dagli inferi: “Il teatro è tutto ciò che non si comprende”.
Ma della musica dei Pillole non mi sono dimenticato. Il pezzo non vuole essere banalmente ordinario: la televisione, il suo schermo – come quello del cellulare – sono al centro di questa ribellione, che forse è più che altro una triste rassegnazione.
Come definire questa musica? Rock alternativo, denso, colto, nichilista. Le chitarre graffiano, il ritmo incespica, ma qualcosa resta appiccicato addosso. Qualcosa di inquietante. Non puoi capire tutto. Ma non sei il solo, tranquillo. Non devi pretendere che tutto sia immediato, liscio, digeribile: “Il ciarpame sudicio dello schermo” e quel liberatorio “fanculo la tv!” ispirano comunque.
Carmelo Bene non c’è più da tempo. Ne avremmo ancora bisogno? Forse sì, per ora, accontentiamoci di chi ce lo ricorda.
Ecco il videoclip diretto da Riccardo Cesaretti:

