2 Dicembre 2022

Il jazz che viene dal passato. “Do Ut Des” di ABQuartet

E’ uscito lo scorso mese “Do ut des” il nuovo disco di ABQuartet, pubblicato dalla Red&Blue. I componenti della formazione sono Antonio Bonazzo (pianoforte), Francesco Chiapperini (clarinetto e clarinetto basso), Cristiano Da Ros (contrabbasso) e Fabrizio Carriero (batteria e percussioni).

Sono sette i brani originali del CD, cinque ideati da Antonio Bonazzo e gli altri due da Cristiano Da Ros, destinati indubbiamente a palati raffinati ma non per questo meno suggestivi e affascinanti per chi vuole immergersi, attraverso la guida del jazz, in atmosfere che risalgono alle origini della musica, fino ai canti gregoriani. Lo stanno a dimostrare anche i titoli dei brani, tutti rigorosamente in latino.

Ma la particolare interpretazione di ABQuartet fa sì che gli spunti che risalgono a secoli passati possano trovare grazie alla loro reinterpretazione che va oltre una lettura filologica, una vita nuova e una armonia che da arcaica si fa attuale senza perdere il contenuto di pathos e austerità che contempla il linguaggio classico.

Non si tratta, beninteso, di una operazione dissacrante. Tutt’altro. Il rispetto verso gli stilemi del passato non presuppone nemmeno un intento puramente razionale o intellettualistico. C’è quasi una devozione nell’accostarsi a spunti melodici antichi per farli diventare temi ancora oggi decisamente fruibili grazie a un contributo jazz che diventa il tramite sonoro e rivitalizzante, rendendo il connubio, come dicono gli stessi componenti del gruppo “una nuova musica, ibrida e di difficile collocazione dal punto di vista stilistico”.

Una musica quindi che può vivere anche di vita propria, seppure debitrice di echi che arrivano da epoche lontanissime. Come il “Dies Irae”, il giorno del giudizio divino, ad esempio, o “Beata viscera”, dedicata a Maria Vergine, dove gli echi gregoriani sono decisamente più evidenti.

Un’altra considerazione occorre fare. Tutti i pezzi del CD hanno anche spazi importanti per gli interventi di improvvisazione, lasciando margini di libertà ai vari esecutori. Eppure occorre riconoscere che l’amalgama compositiva non ne risente, il gruppo ha la capacità di mantenere una notevole coerenza nei diversi spunti musicali autonomi, segno che ciò che unisce il quartetto è anche una profonda e condivisa intesa interpretativa. Non sempre facile da ottenere.

Nella realizzazione delle loro performances musicali sarà possibile infine cogliere per le orecchie più attente e sensibili anche la felice ripresa di tecniche compositive che risalgono a prassi musicali del passato, legate a spunti contrappuntistici e madrigalisti, in grado di alimentare il tessuto melodico di una carica emotiva particolare. 

Lasciamo al Lettore l’ascolto del brano “Do Ut Des”.

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