Se vi chiedessi di nominare i volti dell’Intelligenza Artificiale oggi…
…probabilmente pensereste a Sam Altman, Elon Musk o Mark Zuckerberg. Tutti uomini. Non è un dettaglio da poco, ma un indicatore preciso. E se pensate che il problema riguardi solo la Silicon Valley, basta dare un’occhiata alle università e alle corsie degli ospedali italiani per accorgersi che la storia, purtroppo, si ripete.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una piccola rivoluzione: il numero di donne alla guida degli atenei italiani è più che raddoppiato. Oggi contiamo 21 rettrici su 85 (circa il 25%). Un traguardo straordinario, certo, ma che porta con sé il sapore agrodolce del primato tardivo.
Torino ha aspettato 621 anni per la sua prima rettrice.
Padova ne ha impiegati 800.
La Sapienza di Roma, fondata nel 1303, ha rotto il ghiaccio solo nel 2020.
Vedere queste eccellenze con l’ermellino fa bene al cuore, ma rischia di creare un’illusione. Il soffitto di cristallo si sta incrinando, sì, ma molto lentamente. Queste 21 pioniere non sono il traguardo: sono il promemoria di quanto tempo abbiamo perso.
La dura realtà dei numeri: sotto l’ermellino il vuoto strutturale
Se si scava appena sotto la superficie dei grandi annunci, i dati scientifici e accademici mostrano una realtà decisamente più rigida. La leadership femminile è ancora un’eccezione alla regola.
27%: la quota di donne tra i professori ordinari in Italia.
23%: la percentuale nell’area clinica universitaria.
23%: le donne che ricoprono il ruolo di Direttore di UOC (i primari ospedalieri).
Non parliamo di una serie di sfortune individuali, ma di un gap sistemico. Il meccanismo si autoriproduce: una ricercatrice brillante che rallenta la carriera per la maternità si scontra con un sistema calibrato su profili biografici maschili, fatti di carriere lineari e senza interruzioni. Mentre lei rallenta, il collega accumula pubblicazioni e grant. A 45 anni, lui è pronto per il ruolo di ordinario o primario. Lei no.
Il rischio del futuro: un’Intelligenza Artificiale che non conosce le donne
Questo biasimo strutturale non si limita a frenare le carriere di oggi, ma rischia di infettare la medicina di domani. I modelli predittivi e i sistemi di Intelligenza Artificiale usati per diagnosi e terapie vengono infatti addestrati su dataset storici basati prevalentemente su uomini.
Un algoritmo cresciuto a “pane e statistiche maschili” tenderà inevitabilmente a sottostimare i rischi e a sbagliare le diagnosi quando applicato alle donne. Se le voci femminili mancano nelle stanze dei bottoni dove si sviluppano queste tecnologie, il futuro rischia di fare un enorme passo indietro.
“Il mancato accesso delle donne ai ruoli di leadership non è solo una questione di equità, ma un limite strutturale che penalizza la qualità dell’innovazione, la competitività della ricerca e l’efficacia dell’intero sistema sanitario. Sprecare talento è un errore che nessun sistema può permettersi” sottolinea la Prof.ssa Raffaella Buzzetti, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID) e prima donna a guidare la SID nei suoi 60 anni di storia.
Dalla diagnosi alla terapia: il Position Statement della SID
Per passare dalle denunce ai fatti, la SID (Società Italiana di Diabetologia), insieme alla Sapienza Università di Roma, ha promosso il convegno ‘Il Valore della differenza: il ruolo delle donne nella sanità e nella ricerca’, co-organizzato con la professoressa Mary Anna Verneri.
L’obiettivo dell’incontro non è stato semplicemente quello di fotografare il problema, ma di tracciare una rotta concreta basata su tre assi fondamentali:
Analisi dei dati e delle reali cause del gender gap.
Studio delle dimensioni biologiche, culturali e organizzative del divario.
Creazione di strumenti di governance e buone pratiche da replicare negli atenei e negli ospedali.
Il vero output del convegno sarà la redazione di un Position Statement: un documento ufficiale ricco di impegni, raccomandazioni operative e regole di trasparenza per garantire un accesso equilibrato ai ruoli di comando e valorizzare il merito senza discriminazioni di genere.
Il valore della differenza non può più essere solo uno slogan da convegno. Le pioniere hanno aperto la strada e dimostrato cosa sanno fare; ora tocca alle istituzioni cambiare le regole del gioco affinché il talento non sia più una questione di genere.

