…la “radiografia” che salva la cardiologia dalle crisi
Immaginate un ingranaggio perfetto che, improvvisamente, si blocca. Non per un guasto interno, ma perché la stanza intorno sta tremando. È quello che accade agli ospedali e ai reparti di cardiologia quando esplode una crisi globale: che si tratti di una pandemia, di un disastro ambientale o di tensioni geopolitiche, il sistema sanitario va in affanno. Le conseguenze? Ritardi letali nei trattamenti d’urgenza, ospedali periferici isolati dal resto del mondo e pazienti fragili che, da un giorno all’altro, smettono di fare i controlli salvavita perché i ponti tra l’ospedale e il medico di base si interrompono.
I numeri del passato, d’altronde, fanno accapponare la pelle. Durante la prima ondata del Covid-19, i centri di cardiologia interventistica hanno subito un crollo delle attività complessive vicino al 75%. Meno interventi, ma soprattutto più rischi: la mortalità post-operatoria in quel periodo è letteralmente triplicata, schizzando dall’1,7% al 5,7%. Un prezzo altissimo pagato in termini di vite umane “evitabili”.
Per evitare che la storia si ripeta, la cardiologia italiana ha deciso di giocare d’anticipo. La risposta si chiama RESIL-Card, un progetto europeo (nato all’interno del programma EU4Healthe legato alla Joint Action JACARDI) che in Italia viene promosso dal GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica).
Che cos’è RESIL-Card? Sostanzialmente è uno strumento avanzato di autovalutazione. Funziona come una vera e propria radiografia del percorso clinico di una struttura sanitaria: ne mappa le risorse, analizza come viaggiano i dati e scova in anticipo i “punti deboli” – come la carenza improvvisa di personale o l’obsolescenza tecnologica – prima che questi si trasformino in emergenze.
“L’esperienza passata ha dimostrato come la mancanza di una preparazione strutturata alle emergenze prolungate determini una drastica contrazione degli accessi ospedalieri e ritardi diagnostici letali”, spiega Alfredo Marchese, direttore della Cardiologia Interventistica dell’Ospedale Santa Maria di Bari e presidente del GISE. “Il nostro obiettivo è guidare la transizione verso modelli organizzativi flessibili e resilienti”.
La strategia in tre mosse: sanare la frattura tra ospedale e territorio
Il piano d’azione del GISE, presentato a Roma durante l’evento Gap to Care, non si limita alla teoria ma si sviluppa su tre pilastri molto concreti per ridisegnare la sanità del futuro:
- I “Resilience Team”: all’interno degli ospedali nasceranno squadre multidisciplinari d’emergenza, supportate da programmi di formazione nazionali, pronte a gestire i flussi di pazienti quando il sistema va sotto pressione.
- Telemedicina e PNRR: sfruttando i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’obiettivo è digitalizzare i processi per saldare una volta per tutte la storica frattura tra l’assistenza d’urgenza in ospedale e le cure sul territorio. Se il paziente non può andare in ospedale, deve essere la tecnologia a monitorarlo a casa.
- Equità e Sostenibilità: la salute non può dipendere dal codice postale. La strategia punta a ottimizzare le risorse e azzerare i costi superflui per garantire gli stessi identici standard di cura sia a chi vive nel centro di una grande metropoli, sia a chi risiede in un piccolo comune periferico o svantaggiato.
Verso un “diritto protetto” alla cura
Il lavoro degli esperti si tradurrà presto in linee guida istituzionali: un Documento di Consenso e raccomandazioni standardizzate da presentare a Ministero e Regioni per inserire stabilmente il concetto di “resilienza” nella programmazione sanitaria nazionale.
Ma la vera rivoluzione sarà culturale. Al centro di questo scudo protettivo contro le crisi ci saranno i pazienti e le loro famiglie (i caregiver), attivamente coinvolti nelle decisioni. Perché la continuità delle cure cardiovascolari non deve essere un lusso legato ai momenti di calma, conclude Marchese, ma “un diritto protetto e inattaccabile in qualsiasi circostanza”.

