La prevenzione è percepita sempre più come un vero e proprio investimento sulla salute e…
…sulla qualità della vita. Eppure, quando si parla di benessere, la maggior parte degli italiani continua ad adottare un approccio “reattivo”: si interviene per rispondere a un’esigenza immediata o a un disturbo già manifesto, piuttosto che per pianificare una strategia di salute a lungo termine.
È questo il quadro chiaroscuro che emerge dall’indagine demoscopica realizzata da Will e YouTrend per Named Group – polo italiano della salute naturale – su un campione di 2.003 italiani tra i 18 e i 60 anni. I dati della ricerca saranno al centro del dibattito “Italian longevity: from data to translational approaches and clinical strategies”, in programma venerdì 22 maggio alle ore 12.00 all’interno del prestigioso Milan Longevity Summit.
Tra buone intenzioni e cellulari a letto: le contraddizioni del benessere
Il punto di partenza degli italiani è puramente economico: il 61% è convinto che curarsi costi molto più che prevenire, riconoscendo alla prevenzione un ruolo chiave non solo per sé stessi ma anche per la sostenibilità del sistema sanitario.
Tuttavia, tra il dire e il fare si inserisce una serie di profonde contraddizioni quotidiane:
I virtuosi: il 53% degli intervistati usa le scale ogni giorno, il 31% fa sport almeno tre volte a settimana e il 30% consuma le canoniche tre porzioni quotidiane di frutta e verdura.
I sedentari: di contro, il 32% dichiara di non praticare mai alcuna attività fisica.
L’ostacolo al sonno: un nettissimo 73% ammette di utilizzare il cellulare a letto ogni sera prima di dormire, compromettendo la qualità del riposo.

L’errore del fattore tempo: quando iniziare?
Un altro gap emerso dalla ricerca riguarda l’età in cui iniziare a occuparsi di longevità. Il 56% degli intervistati ritiene che il momento giusto per investire nel benessere a lungo termine sia tra i 30 e i 50 anni.
La scienza, al contrario, suggerisce che un percorso di healthy aging(invecchiamento sano) dovrebbe iniziare molto prima. L’invecchiamento biologico non è un processo lineare e subisce forti accelerazioni a causa di fattori di rischio e cattive abitudini precoci.
A guidare i timori degli italiani sul passare del tempo è soprattutto la mente: la paura del deterioramento cognitivo è in cima ai pensieri del 60% del campione, superando il timore della perdita di autonomia (51%) e del declino fisico (34%).
Oltre la genetica: l’importanza di glicemia e microbiota
Se il patrimonio genetico ereditato non si può cambiare, la scienza oggi dimostra che lo stile di vita, l’alimentazione e l’integrazione mirata possono modulare i nostri geni (epigenetica).
Un esempio cruciale è il controllo della disglicemia (l’iperglicemia lieve ma cronica), che accelera l’invecchiamento biologico e aumenta i rischi cardiovascolari.
«Accanto agli interventi sullo stile di vita è cresciuto l’interesse verso approcci nutraceutici volti a modulare differenti vie coinvolte nell’omeostasi del glucosio» spiega Giovanni Scapagnini, Professore di Nutrizione Clinica all’Università del Molise. «L’impiego combinato di composti bioattivi derivati da Mangifera indica, Momordica charantia e Malus domestica agisce con meccanismi complementari del metabolismo glucidico ed è supportato da molteplici evidenze cliniche».
Altrettanto centrale è il ruolo dell’intestino, inteso come un vero e proprio scudo biologico.
«Non bisogna trascurare il ruolo dell’ecosistema intestinale come mediatore biologico tra alimentazione e salute sistemica» evidenzia Ennio Tasciotti, Direttore dello Human Longevity Program del San Raffaele di Roma. «Il microbiota è uno dei principali regolatori dei processi associati all’invecchiamento e alla resilienza metabolica. Il consumo regolare di alimenti fermentati e fibre vegetali mantiene nel tempo l’equilibrio fisiologico dell’organismo».
Il falso mito di frutta e verdura e l’uso “ansioso” degli integratori
La ricerca solleva un campanello d’allarme sulla percezione nutrizionale: il 43% degli italiani è convinto che frutta e verdura oggi siano più nutrienti rispetto a vent’anni fa. Gli studi scientifici dimostrano l’esatto contrario, evidenziando una progressiva riduzione dei micronutrienti essenziali (vitamine, polifenoli e minerali), la cui carenza cronica accelera lo stress ossidativo e l’infiammazione.
Questo deficit rende spesso necessaria un’integrazione corretta, che però gli italiani usano ancora male. Tra chi non assume integratori (il 40%), il 42% dichiara di non farlo perché “non ha carenze conclamate”. Tra chi invece li usa (il 60%), ben il 79% lo fa spinto da una logica puramente funzionale o del momento (gestire lo stress, la menopausa, una stanchezza improvvisa). Solo il 18% utilizza gli integratori in ottica di prevenzione e benessere a lungo termine.
Tecnologia e Informazione: un ecosistema ibrido
Anche la tecnologia fatica a diventare uno strumento di prevenzione strutturato: sebbene il 38% monitori passi e attività fisica ogni giorno, il 45% degli italiani non usa alcun parametro di salute su smartwatch o smartphone, e appena il 4% tiene sotto controllo il glucosio.
Infine, cambia il modo di informarsi. Il medico di base resta il punto di riferimento principale per il 44% degli intervistati, ma i social media e i contenuti online pesano ormai per il 28%. Una tendenza che, secondo i ricercatori, rimarca la necessità urgente di potenziare la qualità della comunicazione scientifica ufficiale per contrastare il fenomeno delle fake news.

