Il 21 marzo, presso la Biblioteca “Accursio”, è stato presentato il volume intitolato *Frammenti di Memoria*, scritto da Antonio Barbalinardo, giornalista e saggista, e da Carmelo Ferraro, figlio di Giuseppe Ferraro, Direttore dell’ Ordine degli Avvocati di Milano e Presidente di MI’mpegno.

L’evento, condotto dal giornalista Enrico Rotondi, già giornalista del TG3 Lombardia, ha rappresentato un’occasione significativa per ripercorrere la vita e l’opera di Giuseppe Ferraro, maestro parrucchiere venuto a mancare nel 2024. Ferraro ha gestito per oltre mezzo secolo il Salone “Uomo e Signora” situato in Viale Certosa 69, coadiuvato nella sua attività dalla moglie Teresa.
La cerimonia si è aperta con la proiezione di un reportage di Enrico Rotondi, che ha offerto uno spaccato della vita professionale e personale del signor Ferraro, immortalando l’intervista condotta in occasione del suo novantesimo compleanno.

Successivamente è intervenuto Carmelo Ferraro, che ha tracciato un toccante resoconto della vita del padre. Originario di Sommatino, un piccolo borgo siciliano in provincia di Caltanissetta, Giuseppe Ferraro affrontò le difficoltà iniziali della vita da emigrante alla ricerca di alloggio a Milano. Tuttavia, con dedizione e passione per il proprio mestiere, riuscì a costruire una carriera duratura e significativa accanto alla moglie Teresa, scomparsa solo pochi giorni prima della presentazione del libro.
Nel corso degli anni, il suo salone divenne un luogo simbolico per molti. Non era semplicemente uno spazio per tagliare capelli, ma piuttosto un rifugio dove le persone potevano trascorrere momenti di serenità in una società sempre più frenetica. La capacità di Giuseppe Ferraro non risiedeva solo nel suo talento professionale ma anche nelle sue qualità umane: era una presenza rassicurante, capace di ascoltare senza giudicare e di instaurare rapporti autentici con chiunque entrasse nella sua bottega.

Antonio Barbalinardo, co-autore del volume, ha sottolineato l’amore di Giuseppe per la musica lirica. Ferraro era un appassionato loggionista dell’opera e possedeva una pregevole collezione di locandine autografate dai più illustri artisti che calcavano il palcoscenico della Scala di Milano. Barbalinardo ha inoltre ricordato i molti colloqui intercorsi con Peppino negli ultimi anni della sua esistenza, trascorsi tra il Parco del Portello e dopo il declino al Palazzolo.
Numerosi altri partecipanti hanno preso la parola per condividere memorie personali e professionali legate a Peppino, come affettuosamente veniva chiamato dai suoi amici e clienti.
Segnaliamo: Gabriele Albertini già Sindaco di Milano, Paola Frassinetti, Sottosegretario all’Istruzione e al Merito, Chiara Valcepina, Consigliera Regionale, Antonino La Lumia Presidente Ordine Avvocati di Milano, Rodolfo Masto Presidente Istituto dei ciechi, Giovanna Ferrante, scrittrice e giornalista; Padre Gianni Criveller ed Elena Buscemi presidente del Consiglio Comunale di Milano, che hanno tutti fornito una propria sentita testimonianza.

Fondamentale è stato anche l’impegno di Ferraro come loggionista, un ruolo che richiede cultura, sensibilità e la capacità di giudicare con rigore le performance dei cantanti d’opera.
Un altro suggestivo ricordo di Monterosso viene evocato attraverso una fotografia carica di significato, riprodotta anche nel libro dedicato a Ferraro. L’immagine ritrae marito e moglie, ripresi di spalle, mentre percorrono mano nella mano un tunnel alla cui uscita li attende la luce, potente simbolo di speranza e rinascita.
Antonio Barbalinardo e Carmelo Ferraro sono gli autori del libro “Frammenti di memoria”, storia e testimonianze del maestro parrucchiere Giuseppe Ferraro e della sua bottega storica.

La sua bottega, un microcosmo di chiacchiere e commenti, non era solo un luogo di toeletta, dove aleggiava l’acqua di colonia Framesi: era una piccola agorà dove il boom economico, le mode e i sogni lirici si riflettevano come in un gioco di specchi.
Immaginate gli anni Cinquanta: Giuseppe Ferraro, dopo un apprendistato tra saloni fumosi, apre la sua bottega tra viale Certosa e via Grosotto al Portello, quartiere operaio pulsante di turni febbrili, dove in quel tempo rimbombavano i torni dell’Alfa Romeo e l’odore di olio lubrificante si spargeva nell’aria.
Un taglio di capelli allora costava tra le 50 lire e le 100 lire, quando un chilo di pasta ne valeva 130. Qui nel suo negozio di parrucchiere, Giuseppe Ferraro affilava le sue forbici con la precisione di un direttore d’orchestra.

Arrivato dalla Sicilia nel 1955, a vent’anni appena compiuti, questo parrucchiere ha tagliato capelli e rasato barbe – sempre a mano libera – per oltre sessant’anni, fino a spegnersi nel 2024 a novantaquattro anni, dopo una degenza presso l’Ospedale Palazzolo.
I clienti, operai con mani callose, chiedevano il “caschetto classico”: capelli corti sui lati, un ciuffo ordinato in cima, ispirato ai divi di Cinecittà come il giovane Gassman. “Taglio da galantuomo”, lo si chiamava anche, mentre la città intorno si scrollava di dosso la polvere del dopoguerra.
Ma ecco il colpo di scena, degno del Barbiere di Siviglia di Rossini, che Giuseppe amava tanto. Invece che di calcio e di politica nella sua bottega si parla di musica lirica e le pareti della bottega si riempiono in breve di locandine della Scala e foto dei grandi cantanti lirici: Maria Callas in Norma, Riccardo Muti sul podio, il baritono Renato Bruson in primo piano. Loggionista accanito, Giuseppe trasformava a poco a poco il salone in un’anticamera operistica. “Qui non si parla di goal o di politica, si discute di arie”, pareva dire ai clienti – inizialmente perplessi – ma che poi apprezzavano e finivano per fischiettare le melodie di Verdi tra un colpo di forbici e l’altro. In un mondo di ruvide barberie maschili, la lirica irrompeva come un’aria inattesa, simboleggiando quel desiderio di elevazione culturale che serpeggiava tra gli emigranti del Sud.

Il tempo, come una lama affilata, ha ridisegnato tutto. Negli anni Sessanta, col boom economico, il Portello muta: la fabbrica dell’Alfa Romeo, dismessa ufficialmente negli anni 80, produce l’ultima auto nel 1962, e piazzale Accursio è già pronto per cedere il passo a palazzoni residenziali, centri commerciali e uffici del terziario. La clientela evolve: non più solo operai, ma impiegati frettolosi con portafogli gonfi e voglia di modernità. I tagli? Dal caschetto rigido si passa al “beatle” negli anni Sessanta, con chiome lunghe e ribelli ispirate ai Fab Four; poi, con l’avvento degli anni Settanta, il mullet audace o il casco liscio alla Farrah Fawcett per le donne che entrano nella bottega. E a servirle c’era sempre la moglie di Giuseppe, Teresa.

Attraverso le memorie di Giuseppe Ferraro, Milano si svela in filigrana: da quartiere operaio a enclave borghese, da tagli austeri a chiome libere, da chiacchiere su pane e lavoro a dibattiti su opere liriche e mutui.
La sua bottega, chiusa solo dalla morte, riflette i valori che si susseguono – dai sacrifici dell’emigrazione all’individualismo rampante – e ci ricorda come un paio di forbici possa catturare l’anima di una città. In un’era di barbieri usa-e-getta, che arrivano dall’oriente, Giuseppe era l’ultimo artigiano dei ricordi. E questi ricordi, se possibile, teniamoceli stretti.

In quest’atmosfera affettuosa e carica di memorie, si è inserita una gradita sorpresa: il dono al figlio di Ferraro di un’opera del pittore Enrico Nicodemo (Demò), raffigurante Giuseppe insieme alla moglie Teresa.

