Io ascolto sempre con piacere i CD che ricevo ma quello che scrivo dopo averli ascoltati non ha né può avere valore di critica, cioè analisi e valutazione tecnica di opere e performances di artisti. Me ne guardo bene. Io cerco di raccontare la mia esperienza personale, le mie sensazioni soggettive dopo l’ascolto. Non ho dietro le spalle studi musicologici che mi autorizzino (qualora ciò sia possibile) a formulare giudizi argomentati. E a maggior ragione quando devo dire la mia (modestissima) opinione su un CD del sestetto di Marco Gamba.
Eh sì, perché Gamba è uno che scrive di jazz (ricordo un suo bel libro del 2003 “Questa sera o mai”, Fazi Editore), un critico vero (scrive anche su “Il Manifesto”) e che dice cose davvero interessanti perché provengono da chi la musica non solo la ascolta, la valuta, ma la fa, suona il contrabbasso, oltre a essere valido compositore e arrangiatore.
Però, siccome amo scrivere e mi piace il jazz, mi azzardo a commentare egualmente il suo ultimo lavoro: il CD “I have a dream” realizzato per Abeatrecords da un sestetto che prevede, oltre allo stesso Gamba, che ha realizzato composizioni e arrangiamenti, anche Paolo Malacarne, tromba, Michaël Attias (feat.), sassofono contralto, Massimiliano Milesi, sax tenore, Michelangelo Decorato, piano, elaborazione elettronica live, Marco Zanoli, batteria.

Vorrei in particolare riflettere sul concetto di “sperimentale” che sta tanto a cuore a Marco Gamba. Si tratta di un aggettivo piuttosto ambiguo che, però, per forza, deve essere collocato accanto o, meglio, alla base di qualsiasi composizione che si rifaccia alla musica jazz. La sperimentazione prevede un work in progress, qualcosa in via di elaborazione, qualcosa di non perfetto ma perfettibile, di incompiuto o, per meglio dire, di “semilavorato”, ma che proprio per questo motivo può facilmente scadere nel provvisorio, nell’incompleto, nel dilettantesco.
Questo pericolo si corre ascoltando certi concerti jazz live. Bisogna essere sinceri. Quindi, occorre sempre fare la tara, tra le cose da salvare e quelle che non convincono. Ma, secondo me, il bello della sperimentazione sta proprio in questa operazione che viene richiesta all’ascoltatore. Non più passivo ma attivo. E’ ovvio che sperimentare non significa per forza dire qualcosa di nuovo. Forse, il fascino sta proprio nel cogliere negli interventi dei vari esecutori echi di cose già sentite, più o meno famose, ma che suscitano sensazioni, ricordi, emozioni. E’ il rischio (o il bello) dell’imprevisto, dietro il quale si cela la vera anima di ogni artista, con i propri dubbi, le proprie fantasie e la propria sensibilità.
E questa sensazione io l’ho sentita, più o meno evidente, nei 9 pezzi del CD di Marco Gamba. Dopo il corale e dinamico “Urban Reunion”, ho apprezzato “The Usual Cheating” (Il solito imbroglio), ambiguo, sfuggente, talora indecifrabile con le note che sembra cadano nel vuoto e un a solo di batteria finale molto appropriato.
Non è da trascurare l’astratto “Kammerspiel” e “Alter ego” per l’ottima amalgama di suoni, anche se “I Have a Dream”, che dà il titolo all’intero lavoro, merita attenzione. Le famose parole di Martin Luther King sullo sfondo richiamano i temi di uguaglianza, giustizia, non violenza e speranza di pace universale, mentre il piano ad un certo punto sottolinea quasi in una specie di alfabeto morse di note, un SOS al mondo perché capisca e non perda di vista i principi dei diritti civili che ultimamente sembrano pericolosamente rimessi in discussione. Senza dimenticare negli ultimi due brani, l’intervento della tromba in “Stop the traffic” e la dolce nenia di “Angels day”.
In ogni caso, credo che sia necessario seguire il consiglio che ci dà proprio Gamba nel commento sul booklet che accompagna il CD: ascoltare i vari brani senza fretta. Oggi, fare qualcosa senza fretta è una piccola, grande conquista, cerchiamo di farla nostra almeno nell’ascolto di musica jazz

