17 Giugno 2021

Un’eredità con amare sorprese

Si narra che a Milano, negli anni Trenta del secolo scorso, un povero e vecchio facchino di nome Armando, dalla schiena quasi rotta per il continuo trasporto di pesanti pacchi, saltuariamente aiutato da amici quando potevano prestargli un logoro e cigolante carretto, stava conducendo una vita davvero grama.

A quei tempi la pensione quasi non esisteva; solo pochi fortunati, tra cui i ferrovieri, riuscivano a riscuoterla. E Armando, sempre più curvo sotto il peso dei suoi pacchi, era riuscito a mettersi da parte alcuni risparmi di minima entità. Era convinto di penare sino alla fine dei suoi giorni con questo insopportabile lavoro.

Ma alle soglie del suo totale sfinimento, giunse per lui dalla Francia una gradita notizia. Un vecchio cugino risiedente a Lione, del quale Armando aveva perso le tracce, se n’era andato per sempre. Aveva però lasciato un testamento con il quale aveva disposto, a favore del poveraccio milanese, una cifra tutt’altro che disprezzabile.

Non appena giunta a Milano la lettera del notaio, con la quale si disponeva a suo favore, l’interessantissima eredità, si stropicciò gli occhi del tutto incredulo. E in attesa di poter entrare in possesso dell’importo in valuta estera, cominciò ad azzerare i suoi quattro risparmi facendo acquisti oltre misura e, cosa peggiore, contraendo addirittura non pochi debiti.

Stava per portare a casa una discreta fortuna e dunque bando a tutte le tristezze e soprattutto ai duri sacrifici.

Ma Armando aveva fatto i conti senza l’oste. Quando l’eredità gli pervenne, dovette pagare la tassa di successione, la fattura notarile e altri balzelli. Si rese conto che l’incasso netto si riduceva solo a qualche centinaio di Franchi Francesi, tanto più che il povero tapino doveva pagare i creditori nel modo più rapido possibile.

Al poveraccio non rimaneva altra soluzione: rimettere la divisa da facchino e, per poter campare, ritornare alla faticosa consegna dei pacchi come in precedenza.

Per consolarsi, il vecchio e ancora più curvo Armando compose la seguente canzoncina, ovviamente non riportata su nessun rigo musicale, che però qualcuno iniziava a fischiettare:

Oh cara la mia goeubba / l’eredità l’è andada / semm in bolletta e in strada / Torneremm a fa’ el pajasc (“pagliaccio” ossia…il poco rappresentativo lavoro di prima).

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