martedì, Ottobre 13, 2026

Maurizia Sala: un messaggio dal subconscio

di Ugo Perugini*

Le opere di Maurizia Sala, esposte nella Mostra “Doni e Attese” fino al 15 luglio all’Art Studio 38 di via Canonica 38, non possono lasciare indifferenti. Un’aura di mistero le circonfonde tutte. Ognuna di esse pretende dal fruitore di compiere un’operazione non del tutto facile: esporsi, vale a dire prendere congedo per così dire da una visione del mondo che gli è propria, abbandonare certe prospettive che gli sono famigliari, e, quindi, accedere a quello che Georges Poulet chiamava “conscience d’autrui“. Solo così potrà sperimentare il pathos (che poi non è altro che il con-sentire) che costituisce l’autentico fondamento di ogni effetto estetico della comunicazione artistica.

Il lavoro di ricerca che ha portato Maurizia Sala a questi risultati è piuttosto lungo e complesso. Dopo il diploma all’Accademia di Brera, si dedica a partire dalla fine degli anni Settanta alla pittura, gettandovisi anima e corpo e facendo in modo che dalle sue opere erompano le pulsioni vitali che a quell’epoca animavano la sua forte carica espressiva. Sono veri e propri tripudi di colore puro, dove la luce rimane violentata dalla forza attrattiva dello smalto quasi alla maniera di un de Vlaminck.

I suoi soggetti sono tendenzialmente corpi nudi. Quello che all’Artista interessa, però, non è tanto la loro dimensione anatomica, la loro potenzialità dinamica e vitale, quanto il senso che racchiudono, il valore simbolico che richiamano. Ecco, allora, allusivi riferimenti agli animali, ai simboli (la clessidra, ad esempio) che li accompagnano, mentre anche i colori col passare del tempo vanno gradualmente stemperandosi in un cromatismo meno sfrontato, che talora si perde in un grigio cenere ed emergono, sempre di più, recuperi di echi di antiche civiltà, accenni a immagini futuribili. E i corpi, in questa fase evolutiva, sembrano chiudersi in sé, rattrappirsi, accovacciarsi, rannicchiarsi quasi a ritrovare posture fetali, primigenie.

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Come non definire, almeno di primo acchito, la pittura di Sala debitrice di certe suggestioni metafisiche alla Carlo Carrà? Una sola opera, famosissima, di questo Artista – L’amante dell’ingegnere, 1921 – ci riporta a quelle atmosfere rarefatte. Toni smorzati, corpi statici, quasi pietrificati, il tutto in una dimensione di silenzio, carica di suggestioni ambigue ed enigmatiche, con paesaggi magici, onirici che si perdono all’orizzonte.

Di fronte alle opere di Maurizia Sala, si assiste quasi a un evento psicoanalitico colto nel suo manifestarsi: la plastica rappresentazione sulla tela di esercizi di pensiero che prendono forma nella mente. Mondi da decifrare. Messaggi, che parlano al subconscio, da interpretare. Un’impresa non semplice ma affascinante.

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