18 Ottobre 2021

In “Exit strategy” di Walter Siti, una Milano triste

I romanzi di Siti li affronto sempre con cautela. So che per buona parte del flusso narrativo dovrò sorbirmi le fantasie di un omosessuale eternamente insoddisfatto, le paturnie di un vecchio vizioso e “assistere” a certe particolari performance contorsionistico-amatorie. Gli intellettuali nostrani sanno trovare in questo tipo di narrativa messaggi profondi che io francamente riesco a scorgere a fatica. Ma è solo un mio limite.

D’altra parte, Walter Siti, può essere antipatico e affrontare argomenti scomodi, ma indubbiamente sa scrivere: sottilmente allusivo oppure elegantemente scurrile, sempre diabolicamente intelligente, fatalmente cinico, incredibilmente spiazzante. Insomma, la sua scrittura coinvolge e invischia.  Nel suo ultimo lavoro “Exit strategy”, il protagonista della storia (attenti il romanzo-diario non è autobiografico?!) si trasferisce a Milano da Roma. Si capisce che non ama la nostra città. Teme il freddo (torna in mente il famoso film “Totò, Peppino… e la malafemmina”, dove i protagonisti, che arrivano a Milano per la prima volta, sono vestiti come se dovessero fare una traversata polare) e l’unico monumento che sembra apprezzare è il Cimitero Monumentale (cupio dissolvi?). Forse, solo perché lì ha deciso di concludere il suo romanzo, con una bella frase ad effetto (Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.)!

Ecco alcune frasi estrapolate dal libro di Siti:

Milano è tutta un progetto, un’impresa umana troppo umana … Qui non si scappa, non si vola … Qui il cielo bisogna guadagnarselo, non c’è niente che svaria…Il proverbiale benessere milanese sta perdendo i pezzi ma conserva una dignità esteriore, un’ostinazione da formichine: Milano non osserva se stessa da fuori. Anche se è tutto un barbaglio dai vetri dei grattacieli e dall’acciaio delle gru, esitanti sugli archi di trionfo neoclassici: un mondo che spera per abitudine e si lascia corrompere per senso del dovere – che fabbrica, organizza e oscilla tra l’obbedienza e il disastro.

Uno scorcio del Cimitero Monumentale
Uno scorcio del Cimitero Monumentale

Forse, c’è del vero in questa analisi sociologica spicciola dell’Autore! Ma, ecco altri pezzi che riguardano il Cimitero Monumentale:

Lo spiazzo antistante è occupato da scavi, ruspe, martelli pneumatici e palizzate; protetto dalla guglia dell’Unicredit, il passato si sbriciola all’avanzare ottuso della metro lilla. Nostalgie ottocentesche per il neomedievale: romanico toscano e gotico cuspidato si alleano in un corpo centrale aperto in due loggiati con scalinate e nudi michelangioleschi sopra i sarcofaghi al primo piano… Invece che sulle Termopili leopardiane qui si sbocca nel cimitero vero e proprio, un giardino di conifere che l’operosa borghesia di fonderie e liquori ha popolato di un folle ma oculato eclettismo architettonico: moli assire, pievi umbre, tempietti bizantini, edicole déco e cupole ortodosse, menhir brutalisti, acquedotti romani, colonne greche intere o spezzate, frontoni, geometrie Bauhaus con inserti di cristallo e bare a vista….Il repertorio completo di un secolo di scultura: da Bistolfi a Medardo Rosso, da Moore a Marini e a Manzù, fino a Fontana e Monteverde e Wildt; fiori pochi e frettolosi, edera scurita o addirittura di bronzo. Tutti gli stereotipi sulla sobrietà confermati, sull’industria il socialismo e i danè – la nuova skyline di Porta Garibaldi tra i cedri e gli abeti, nel vago ronzio della città.

E il finale:

Sulla strada per il Cimitero Monumentale vedo che il chiosco di funghi e tartufi ha subito un incendio, la plastica annerita ingombra il marciapiede; le lamiere della metro in costruzione sono ostaggio di writers di opposte bande, i disegni sovrapponendosi si annullano. Nessuna forma è più possibile. …. Vago per i vialetti in cerca di ragioni. Residui di neve nera e inquinata sporcano le ali degli angeli, uno schiavo di bronzo verde con gli anelli alle orecchie bacia i piedi d’un cieco. Corone di spine, chiodi acuminati. Passo sotto un abete gocciolante…. Giro a sinistra dove si trovano quelle meno impegnative; la quattrocentonovantasei è una semplice croce, con una corona di marmo corroso che pende inclinata dal braccio traverso. Cado in ginocchio e prego senza sapere Chi.

Remo Righi

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