…quando la cura diventa un gioco di squadra nel docufilm “Vite in campo”
Trasformare la fragilità in una nuova prospettiva di vita, affrontando una patologia complessa o rara non come un ostacolo insormontabile, ma come una partita da vincere insieme. È questo il cuore di “Vite in campo”, il docufilm diretto da Donatella Romani e Roberto Amato, presentato nei giorni scorsi all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone nell’ambito della 21ª Festa del Cinema di Roma.
Prodotta da Telomero Produzioni con il contributo non condizionante di Chiesi Italia e realizzata in collaborazione con la Fondazione Cinema per Roma, l’opera sceglie la metafora dello sport per raccontare la gestione della salute. La tesi è chiara: esattamente come avviene sul terreno di gioco, nessuno affronta la diagnosi da solo. La qualità del percorso terapeutico dipende infatti da una rete integrata che unisca competenze cliniche, ascolto, supporto familiare e inclusione sociale.
Attraverso le storie di Roberta, Martina, Oussama e Paula, il racconto cinematografico intreccia esperienze differenti — dal trapianto di rene alla nascita prematura, fino a malattie rare come l’alfa-mannosidosi e la neuropatia ottica ereditaria di Leber (LHON). Alla narrazione prendono parte anche testimonianze del mondo dello sport e dello spettacolo, tra cui Tathiana Garbin, capitana della Nazionale italiana femminile di tennis, e l’attore Roberto Farnesi.
L’iniziativa ha offerto l’occasione per fare il punto sui bisogni reali dei pazienti. Come evidenziato dai vertici di Chiesi Italia, nelle patologie complesse e nella neonatologia l’innovazione clinica acquista un valore reale solo quando si traduce in risposte concrete per chi affronta la malattia quotidianamente, promuovendo una cultura della responsabilità condivisa.
La proiezione è stata seguita da un dibattito moderato dalla giornalista Simona Branchetti, articolato in due tavole rotonde dedicate alle malattie rare, ai trapianti e alla prematurità.
Dal confronto tra medici, associazioni e famiglie è emersa con forza la necessità di superare la sola dimensione clinica. Per le malattie rare, la priorità resta la creazione di reti territoriali in grado di garantire diagnosi tempestive, accesso a centri di riferimento e continuità assistenziale, consentendo alle persone di mantenere la propria autonomia nello studio e nel lavoro. Parallelamente, per chi affronta il trauma di una nascita prematura o di un trapianto, la vera sfida inizia dopo le dimissioni ospedaliere: in questo contesto diventa fondamentale l’integrazione tra strutture sanitarie e territorio, accompagnata da un supporto psicologico costante.
Con questo progetto, che segue il precedente lavoro “Il mio nuovo mondo” focalizzato sulle patologie respiratorie croniche, si rinnova l’impiego del linguaggio cinematografico come strumento di sensibilizzazione verso una visione della medicina più umana, inclusiva e attenta alla persona.

