domenica, Ottobre 25, 2026

La pusterla di Sant’Ambrogio

Coloro che escono dalla basilica di Sant’Ambrogio, dapprima si immettono nell’ampio sagrato e successivamente si imbattono nella cosiddetta pusterla, ossia una delle porte cittadine considerate minori, poste sul tracciato medievale delle mura.

Per la verità essa venne rifatta poco prima del secondo conflitto mondiale (1937), grazie al progetto compiuto dal sovrintendente Gino Chierici, a perfetta imitazione di quella antica, di cui erano rimasti in piedi solo ruderi.

La poderosa linea di questa porta minore spicca ora in modo assai pronunciato, dopo che la Sovrintendenza ai monumenti l’aveva lasciata libera, abbattendo catapecchie decisamente malsane che la circondavano.

La vecchia pusterla, attivata nel 1167 a seguito di un preciso piano che prevedeva la ricostruzione delle mura demolite dal Barbarossa, sbarrava l’entrata in città dalla via San Vittore, nei pressi della quale era sorto un rione assai popolato.

Approfittiamo per ricordare che in quell’epoca le porte vere e proprie per entrare in Milano erano in totale sei, mentre le pusterle erano dieci. Le prime, che potremmo classificare come le più nobili, possedevano due archi, accanto ai quali figuravano due torri, mentre le seconde, senz’altro più modeste, disponevano di un solo arco.

Faceva eccezione, a quest’ultimo proposito, la pusterla di Sant’Ambrogio, anche se non poteva essere chiamata porta, sebbene di valida architettura e spesso decisiva nel difendere la città. E poi aveva due archi anziché uno. Va detto che necessitò di primi restauri solo dopo il 1330, quando Azzone Visconti era già Signore di Milano.

Ma ecco una curiosità che interessò proprio questa pusterla nell’anno 1385. Si rammenta che Gian Galeazzo Visconti, non proprio in buoni rapporti con lo zio Bernabo’ poiché riteneva che questo stretto parente minacciasse le alleanze già concluse con i francesi, gli sferrò un tiro mancino.

Infatti, si inventò una scusa non proprio banale, dicendogli che un pellegrinaggio in sua compagnia al santuario di Santa Maria del Monte, sopra Varese, sarebbe stato molto gradito. Lo invitò fuori dalla pusterla e qui, grazie all’intervento armato di Jacopo Dal Verme, un condottiero già noto per certe sue campagne militari, Bernabo’ viene fatto prigioniero e successivamente incarcerato presso il Castello di Trezzo, ove mori’ poco dopo per avvelenamento.

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