20 Ottobre 2021

GLI ARMAIOLI DI VIA SPADARI

di Carlo Radollovich

Transitando in via Spadari (mi raccomando, solo per acquisti di generi alimentari o di altri beni essenziali perché oggi è scattata la Zona rossa), può capitare di volare con la fantasia a cinquecento anni fa, quando le fucine di parecchi artigiani vedevano qui all’opera perfetti armaioli, intenti a lavorare il ferro rovente per ottenere ottime e lucenti spade.

In certi capolavori si notavano linee purissime di disegno accompagnate da inappuntabili esecuzioni del cesellato che inquadravano, oltre alle spade, ai pugnali e alle lance, impeccabili armature dalle fogge artistiche più che apprezzate.

Primeggiava in questa difficile arte la famiglia dei Negroni, detti Missaglia, originari di Ello, un amabile paesino del Lecchese. La bottega principale, localizzata per l’appunto in via Spadari, era diretta da Tommaso, uno dei fratelli, la cui fama era conosciuta nel 1430 anche al di là delle Alpi, tanto che alcuni accurati manufatti venivano venduti in Francia e in Germania.

A dimostrazione della raffinatezza delle opere eseguite, Tommaso e suo figlio Antonio vennero nominati da Francesco I Sforza armaioli ducali. Va subito detto che le meravigliose corazze erano destinate a persone più che robuste se si pensa che, tra il peso della stessa corazza, dell’elmo, della gorgiera, dei cosciali e delle gambiere si superavano spesso i 70 chili.

I Negroni fornivano prodotti su misura per diverse persone e i loro artigiani erano talmente precisi nell’effettuare i lavori da essere soprannominati “couturier”. Gli Sforza erano assai grati a questi “artisti” e in un documento dell’epoca si accennava a “eccezionali esenzioni fiscali” concesse.

Come tutte le corporazioni, anche gli armaioli avevano un loro santo protettore: San Paolo. Quando ricorreva la festa patronale, tutti gli appartenenti all’associazione artigianale venivano invitati (o forse costretti) a partecipare alla processione verso la chiesa di Santa Maria Beltrade (sconsacrata nel 1927 e demolita nel 1934). Incredibilmente, nessuno doveva mancare e per gli assenti scattava un’ammenda.

La storia degli armaioli più illustri (vedi Bartolomeo Piatti, Giovanni Biancardi, Antonio Piccinino e altri ancora) si concludeva verso la fine del XVII secolo. Scrivono Jacopo Gelli e Gaetano Moretti nel loro libro “Gli armaioli milanesi”: “Mutamenti politici e progressi industriali (…) avranno intralciato tanta prosperità e anche le armi da fuoco si sono poste frammezzo…”.

Il graduale contenimento di questa industria nei secoli, non significa affatto un decadimento dell’uso della spada. Il giornalista Gianni Brera ci raccontava che “I maestri di scherma italiana continuano ad insegnare in tutta l’Europa civile” e con essi rivive la tradizione mai sopita degli armaioli di casa nostra.

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