5 Dicembre 2022

Il capitalismo italiano ha paura della onorabilità?

di U.P.

Ai capitalisti o ai manager di grandi imprese italiane la parola onorabilità risulta particolarmente fastidiosa. Ci sentono dietro solo demagogia o, peggio, la voglia, da parte di chi non siede nella sala dei bottoni, di mettere in discussione il loro ruolo di intoccabili.

Finché si parla di buon nome, rispettabilità, reputazione, onestà, prestigio, integrità tutti sono d’accordo, anche perché è difficile provare queste virtù in modo preciso e concreto. Quando si è trattato di introdurre la parola onorabilità, un requisito che, in base a una recente direttiva dell’ex ministro Saccomanni, ha una definizione tutt’altro che vaga, allora tutti i nostri grandi manager si sono scandalizzati.

Cosa diceva questa direttiva? Che chi, essendo nominato ai vertici di una società controllata o partecipata dal Tesoro, risultasse condannato o rinviato a giudizio per reati contro la pubblica amministrazione automaticamente era decaduto e non era consentita la sua eleggibilità.

Apriti cielo! Ma le imprese italiane, per fortuna (!), hanno resistito a questa azione davvero inaudita tendente a mettere in dubbio le specchiate qualità del nostro management. Prima l’Eni poi adesso anche Finmeccanica hanno rimandato al mittente l’adozione della clausola di onorabilità. D’altra parte, il Presidente dell’Eni l’aveva detto con estrema chiarezza. “Questa clausola non esiste in nessuna società al mondo”.

Questa è una buona ragione per non applicarla in Italia? Il capitalismo, privato o di Stato, non può mettere le briglie ai manager, ci mancherebbe altro. Devono essere liberi di operare nell’interesse delle aziende (?) e se emerge qualche piccola o grande menda sarebbe da incoscienti ostacolare la loro gestione. Lasciamoli lavorare! Dopotutto, il Governo recentemente ha applicato ai loro stipendi un tetto definito sulla base degli emolumenti del presidente di Corte di Cassazione che nella prima fascia supera appena i 300.000 euro annui lordi. Insomma, un po’ di pietà per loro!

E se qualcuno, dopo i recenti fatti emersi sull’Expo, tira fuori a sproposito una nuova Tangentopoli, sostenendo che tra l’altro non sono più solo alcuni faccendieri ad orientare gli appalti o i partiti-apparato ma il “mondo delle imprese” che ha scelto questo modo sbrigativo per battere la concorrenza attraverso la corruzione, questo losco figuro non può che essere definito un bieco calunniatore.

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