25 Luglio 2021

Alcuni “teppisti” ottocenteschi

Il vocabolo “teppista” e’ nato a Milano, derivato da “teppa”, che in dialetto ambrosiano significa “muschio” e ne erano ricoperte diverse case semidiroccate. Ma anche certi muri del Castello Sforzesco, all’esterno, non facevano eccezione e proprio qui sorse una compagnia di burloni pronti a compiere scherzi d’ogni genere.

Era una sorta di associazione goliardica, come la definiremmo oggi, che prendeva di mira, talvolta in modo crudele, persone di una certa età, fattorini intenti a consegnare merce e anche “signorine” dai costumi piuttosto facili.

Nel febbraio 1821 la Compagnia della teppa si spinse oltre misura con i suoi tiri mancini e venne diffidata dalla polizia austriaca. In caso di lamentele da parte della cittadinanza, si sarebbero prese misure severe. E l’indulgenza dei gendarmi fu ancora più rigida quando i “teppisti” presero in affitto (grazie al portafoglio ben rifornito di un certo Ciani) niente meno che Villa Simonetta, oggi visibile in via Stilicone (vedi foto) per una goliardata di cui vi raccontiamo.

Essi decisero di invitare diversi nani e persone handicappate in villa dopo aver fatto circolare diverse voci. Si prometteva loro, senza mezzi termini, una serie di divertimenti leciti e pure illeciti, con il contorno di una cucina assai gustosa.

I poveretti accettarono subito di buon grado dopo aver aderito ad una sola richiesta avanzata dai “teppisti”. Dovevano vestirsi in modo elegante in occasione della festa programmata per compiacere alle donne definite facilmente conquistabili.

Le signore, completamente ignare delle sgradite sorprese che avrebbero incontrato, si misero subito a tavola in attesa della cena che stava per essere servita. Ma ecco la svolta della serata. Poco prima di gustare la prelibatezza dei cibi, vennero aperte le porte della sala agli storpi, ai nani e agli handicappati. Costoro, nella certezza di poter effettuare ogni sorta di avance, iniziarono a “corteggiare” le donne con parole e gesti davvero poco galanti.

Esse si ribellarono a suon di schiaffi e pesanti ceffoni, tanto che anche parte dei nani si reagì con molti cazzotti e anche con qualche coltellata di striscio. La Compagnia della teppa tento’ di rimettere ordine, ma con scarsi risultati, finché qualcuno pensò bene di avvisare i gendarmi. Dopo decine di minuti la baruffa poté dirsi sedata.

Probabilmente, dopo qualche giorno di prigione, i burloni avrebbero potuto continuare a sopravvivere, ma tra le “signorine” invitate figurava anche un’amica del viceré austriaco, la quale gli riferì in dettaglio quanto di sgradevole le era capitato la sera prima.

E siccome i burloni, in diverse circostanze, iniziavano pure a calunniare diversi personaggi austriaci, la cena anomala rappresentò la goccia che fece traboccare il vaso.

La conseguenza era facilmente immaginabile: una multa piuttosto pesante comminata ai burloni, mentre la polizia, con apposita ingiunzione, dichiarava sciolta, a tutti gli effetti, la Compagnia della teppa.

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