Ascoltando il primo brano del nuovo CD di Francesco Chebat, (Clessidra Records), emerge spontanea una citazione di Schopenhauer, che lega la musica alla volontà cosmica. Il filosofo tedesco descrive la musica come un linguaggio che si avvicina al fondamento dell’universo senza mai coglierlo pienamente, sottratto a ogni forma di conoscenza razionale. Ancora, Schopenhauer afferma: «Sempre la musica esprime solo la quintessenza della vita e dei suoi fatti, mai questi stessi, le cui differenze quindi non influiscono certo su di essa. […] Se dunque la musica cerca troppo di unirsi alle parole e di modellarsi in base ai fatti, si sforza allora di parlare una lingua che non è la sua».
Il brano d’apertura, infatti, è una rivisitazione affascinante di Hymn of the Seventh Galaxy di Chick Corea (1973), un classico intriso di tensione cinetica che evoca un viaggio interstellare – qualcuno l’ha persino definito rock galattico. Chebat, eclettico pianista e compositore, ne rielabora l’essenza con scelte armoniche e ritmiche originali, unite a un approccio spregiudicato alla forma.
Accompagnato da Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Maxx Furian alle percussioni, Chebat rende omaggio a Corea – scomparso quasi cinque anni fa – non solo come pianista, ma come innovatore che ha rivoluzionato il jazz. Con il suo repertorio elettronico, sintetizzatori e tastiere elettriche, Corea ha creato un ponte tra tradizione jazz e nuove sonorità, esplorando texture impossibili con strumenti acustici. Band come Return to Forever hanno fuso rock e funk, elevando il genere a nuove altezze.

Nel CD di Chebat, che si intitola The Wand (forse un po’ magic), ci sono nove pezzi, quattro dal repertorio di Corea e cinque composizioni originali che recuperano quella libertà creativa con sensibilità esemplare. Il risultato mantiene spregiudicatezza e innovazione stilistica, ma sotto un controllo espressivo elegante e di grande intensità comunicativa – un jazz tutt’altro che facile, eppure avvincente.
Tra i brani spiccano The Wand e A Weird Storyteller, apprezzati per le loro atmosfere morbide, lead meno aggressivi e colori timbrici polifonici. Gradevole anche Duende, dove il folclore mediterraneo di Corea – la sua spanish tinge – affiora appena, preservando l’ecosistema sonoro che lo rende unico.
Da segnalare Silver Temple (tratto dallo stesso album di Corea del 1973), brano nel quale insieme a passaggi tecnici veloci e momenti di attesa quasi mistica emerge per la brillante amalgama il dialogo tra basso e tastiere, sorretto dal sottofondo di batteria.
Questo CD è un tributo sentito a Corea, artista totale e compositore influente, che ha plasmato l’educazione jazzistica di Chebat.

