ANSELMO DA BOVISIO, GROSSOLANO E LIPRANDO

di Carlo Radollovich

Anselmo da Bovisio fu arcivescovo di Milano tra il 1097 e il 1101, mentre in precedenza era stato prevosto della Basilica di San Lorenzo per poi essere eletto vescovo di Brescia.

All’inizio del 1101 era a capo della cosiddetta “Crociata del 1101″, un’impresa che era stata organizzata in seguito ai buoni risultati ottenuti con la prima crociata da papa Urbano II, con la finalità di consolidare il neonato regno di Gerusalemme.

Si distinse in diversi combattimenti, ricevette onori, ma sulla strada del rientro si ammalò gravemente a Costantinopoli, ove morì e fu sepolto. La notizia del suo decesso arrivò a Milano solo l’anno seguente e la sede arcivescovile venne occupata, ancora in forma non ufficiale, dall’eremita Pietro Grossolano, nominato dallo stesso Anselmo come suo vicario poco prima di partire per Gerusalemme.

Grossolano era un religioso assai semplice, modesto e vestiva sempre in modo dimesso, tanto che un certo Liprando, titolare della chiesa di San Paolo in Compito, si offrì di contribuire a sue spese all’acquisto di una cappa alquanto preziosa per rendere più decoroso il suo aspetto.

Grossolano rifiutò decisamente affermando: “Disprezzo le ricchezze di questo mondo”. Liprando non gradì questa risposta e reagì in modo assai severo. Il cronista Landolfo (1050 – 1110) ci ha reso noto la sua reazione: “Se tu disprezzi il mondo, perché hai accettato di entrare nel mondo ? In una città che fa uso di preziosi ornamenti (…), come possono i forestieri osservare te, la più alta autorità della Chiesa milanese, ispido e cencioso ?”.

Dopo questo episodio, si sparsero stranamente in città insistenti voci sul conto di Grossolano: avrebbe comprato (non si sa con quali soldi) l’ambita carica di vescovo, cadendo – così si diceva – nell’odioso comportamento simoniaco.

E in effetti le caratteristiche di umiltà e di semplicità, proprie di Grossolano, variarono quasi di colpo. Il suo tenore di vita dopo l’elezione ufficiale ad arcivescovo si fece alquanto lussuoso, iniziò a vestirsi con abiti pregiati e sulla sua tavola apparvero sempre più frequentemente cibi raffinati.

Liprando non ci pensò due volte e decise di accusare apertamente il rivale di simonia. La notizia giunse presto a Roma, alle orecchie del papa, che non gradì la mossa di Liprando. Vennero avviate le necessarie indagini, dopodiché il sacerdote non fu soltanto colpito da censura, ma anche sospeso “a divinis”.

Liprando non si arrese e si dichiarò disposto a subire la prova del fuoco. Furono infatti allestite due grandi cataste di legna in data 25 marzo 1103, si diede subito fuoco e, nel cunicolo formatosi tra di esse, si disposero per terra numerosi tizzoni ardenti. Liprando, con sangue freddo, camminò sulle braci e se la cavò soltanto con piccole bruciacchiature.

I dissidi con Grossolano non si acquietarono, ma Liprando fu autorizzato a riprendere i suoi vecchi compiti religiosi presso la chiesa di San Paolo in Compito. Si spense nel 1113 mentre il suo rivale fu costretto a spostarsi a Roma. Riottenne la carica di arcivescovo di Milano nel 1105, ma non ebbe fortuna perché assai inviso ai milanesi. Si recò perciò nuovamente a Roma ove morì nel 1117.

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