CARLO PORTA: IL RICORDO A 200 ANNI DALLA SCOMPARSA

di Carlo Radollovich

Tra sei giorni (il 5 gennaio) si celebreranno i duecento anni dalla morte del più noto poeta che ha scritto in dialetto milanese. Moderatamente progressista, vede di buon occhio romantici e liberali. La sua poesia, prorompente e sempre diretta, abbraccia un realismo di rara efficacia. Sferzante nei riguardi della nobiltà e del clero, è in grado di avvicinarsi anche al mondo dei più deboli e dei più diseredati.

In effetti, per quanto concerne il clero, Carlo Porta mette in fila una galleria di frati ignoranti, zotici, spesso ipocriti, soprattutto meschini, che ha catalogato a partire dalla strana figura di “Fraa Zenever” (ossia Ginepro) sino a quei sacerdoti che aspiravano alla carica di cappellano nell’edificio appartenuto alla marchesa Paola. E qui va citata la gustosa opera “La nomina del cappellan”, ove l’estrosa inventiva del poeta mette in luce un mondo di persone decadute moralmente, in pratica alla soglia della dissoluzione, i quali, per poter ricevere i favori di donna Paola, sono costretti ad accarezzare spesso e anche a elogiare la cagnetta della marchesa.

A questo proposito vengono descritte le umiliazioni alle quali i poveri frati sono sottoposti, mentre, in funzione di contraltare, ecco apparire il carattere altezzoso e vanitoso della padrona, simbolo di quella nobiltà dispotica sempre più ridotta ad una sopravvivenza quasi teatrale. Identico scenario viene riproposto ne “La preghiera”(Donna Fabia), poesia che forse rappresenta, considerata una certa difficoltà nell’approccio al dialetto, la più facilmente comprensibile per i non milanesi.

Ma al di là del clero, Porta si avvicina con descrizioni molto dirette, anche ai popolani. Tra le sue creazioni più note ricordiamo “Le desgrazi de Giovanni Bongee” personaggio spaccone che tuttavia non riesce a evitare le prepotenze dei dominatori francesi e finisce per farsi scudo con ciò che egli chiama prudenza. Altro popolano, dipinto suggestivamente con la straordinaria mano del poeta, lo incontriamo nel “Lament del Marchionn di gamb avert”. E’ la storia di un povero storpio che crede nell’amore di una donna indegna e che solo alla fine si rende conto del folle precipizio in cui è caduto.

E che dire della vivissima figura femminile narrata nella “Ninetta del Verzee”? La povera ragazza, schiacciata dall’ambiente corrotto in cui vive, si innamora dell’uomo sbagliato che la porta ad occupare uno dei più bassi gradini morali.

Va detto che il dialetto milanese, poco prima del Porta, aveva visto all’opera altri poeti come il Maggi, il Tanzi e il Passeroni, senza contare i cosiddetti “Bosin” che recitavano i loro versi in vernacolo per strada o nelle piazze, spesso lontani da una metrica accettabile. Ma a nostro parere nessuno supera Carlo Porta nel disegnare personaggi imbastiti di riso e di pietà al tempo stesso, immersi quasi sempre in una scaturita commozione e in un affetto davvero sentito. Si tratta di personaggi che sono stati creati non solo dalla sua alta fantasia, ma anche e soprattutto dalla sua impareggiabile sensibilità.

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