MILANO E ALCUNI SUOI MODERNI CANTORI

di Carlo Radollovich

Quando pensiamo alla nostra città, sommersa da un variegato numero di note musicali, è facile riandare con la memoria a quelle canzoni che il maestro Giovanni D’Anzi (vedi foto) imprimeva nel cuore dei Milanesi. L’orecchiabilità dei suoi motivi ha fatto canticchiare e pure fischiettare migliaia di concittadini. In molti ricordiamo la sua malinconica canzone “Nostalgia de Milan”, l’allegrissima “Quand sona i campann”, la sfrontata “Lassa pur che il mond el disa”, ma soprattutto la quasi immortale “Madonina”.

Tuttavia, oltre a questo campione d’eleganza musicale che ci ha immerso pienamente nella sua milanesità, ci sovviene pure la delicata canzone “Innamorati a Milano”, composta da Memo Remigi, con le sue parole di spicco “senza cielo, senza niente, fra la gente”. E poi “Com’è bella la città” di Giorgio Gaber e la ricca di nostalgia “Ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano.

Capitolo a se costituisce il modo di comporre del cantautore Francesco Guccini. Citiamo ad esempio “Samantha”, ove il mondo della periferia è cantato nel modo più triste e miserevole, e ancora “I poveri bimbi di Milano” la canzone quasi allucinante ove ci parla di quei ragazzini vestiti con alcuni abitini inconsistenti della Upim, bimbi tanto fragili, infelici e addirittura derubati di speranza.

Luci assai diverse sono quelle con cui Fabio Concato riesce ad accendere una visione della città decisamente più sognante. Infatti, nella sua “Domenica bestiale”, Fabio ci dice che ama molto mettersi in viaggio quando Milano dorme ancora oppure quando sta mostrando il suo lato sonnecchiante.

Tra i ricordi riservati alla nostra città, è impossibile non citare quelli cantati da Fiorella Mannoia, con il suo sguardo assai romantico puntato su Milano. Caratteristico poi e anche tipico, se raffrontato con il clima lombardo, è il momento in cui lei percepisce un respiro umido che si sparge per le strade vuote oppure uno strano respiro che si espande tra le vie quando le stesse vengono bagnate dalle amate nebbie.

Lasciamo per ultima, ma non ultima, la grande sensibilità di Roberto Vecchioni nella sua “Luci a San Siro”. Tra le molte parole, senza dubbio permeate di fascino, egli desidera dirci: “Milano portami via (…), prenditi pure quel po’ di soldi (…), ma dammi indietro la mia Seicento, i miei vent’anni e una ragazza che tu sai”.

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