ALCUNI FLASH SUI SANTI NABORE E FELICE

di Carlo Radollovich

Provenienti dal Nord Africa e appartenenti alla nobile famiglia della “gens Mauri”, Nabore e Felice, poco dopo il loro arrivo a Milano si unirono all’esercito romano dell’imperatore Massimiano (250 – 310). Qui si fecero notare per la ferrea disciplina e per la forza di carattere, accettando al tempo stesso di entrare a far parte della comunità cristiana.

Ma questa religione, nell’anno 303, veniva ancora avversata da parte romana e feroci persecuzioni erano all’ordine del giorno. Nell’estate di quell’anno, i nostri due uomini si trovavano schierati assieme ad altri commilitoni in una piazza della nostra città. Ad un certo punto, il comandante della guarnigione si avvicinò a loro con fare minaccioso, evidentemente segnalati su precisa indicazione di qualcuno.

Furono costretti ad inginocchiarsi, vennero privati della spada e dell’elmo e, dopo essere stati espressamente incolpati per l’appartenenza alla religione cristiana, (spregevolmente definita “setta giudaica”), venne annunciata loro la sentenza di morte. Si decise tuttavia di non decapitarli a Milano, ma nella piazza principale di Laus Pompeia (l’attuale Lodi), ove l’esecuzione sarebbe risultata di crudele avviso per la comunità cristiana che già si stava ampliando.

Dopo la decapitazione, i corpi di Nabore e Felice furono gettati in una fossa comune e probabilmente sarebbero stati mischiati assieme ai cadaveri di altri cristiani. Ma la fede dei lodigiani era assai grande, tanto che una certa Savina (260 – 311), vedova e appartenente alla nobile famiglia dei Morigi, si propose di recuperare i corpi dei due poveri soldati dopo aver assistito alla barbara esecuzione.

E nottetempo si avvicinò alla fossa comune con un carro, sul quale aveva fatto caricare una sorta di barilotto. Scavò, rintracciò le salme e le fece scivolare in quel contenitore di legno. Ma essa doveva attraversare il fiume Lambro e sapeva che, presso il ponte, vigilavano i soldati romani. Scelse perciò di effettuare il guado in una zona deserta, con il livello del fiume particolarmente basso. Tuttavia, una pattuglia di legionari, insospettitasi per quello strano guado nel cuore della notte, fermò il carro chiedendo che cosa trasportasse.

“Otri carichi di miele” fu la secca risposta di Savina e un militare controllò prontamente aprendo uno sportello del barilotto. E il soldato accertò – così dice la leggenda – che la donna stava in effetti trasportando miele. Il miracolo consentì a Savina di proseguire il viaggio sino a Milano ove Nabore e Felice furono degnamente sepolti.

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