La didattica a distanza, una risorsa da migliorare

di Donatella Swift

Il mondo della scuola, come tutti i settori, è stato investito in pieno dallo tsunami dell’emergenza Corona Virus. Tutte le certezze e le abitudini che da sempre abbiamo dato per scontate sono state letteralmente sovvertite da quando a fine febbraio si è deciso di chiudere le scuole, di ogni ordine e grado, in quanto anche gli edifici scolastici rientrano nei luoghi di assembramento come sicuri veicoli di contagio, vista la moltitudine di ragazzi iscritti. All’inizio devo confessare di essere rimasta basita davanti a ciò che mi si stava prospettando: era come se, oltre alla dematerializzazione cartacea della burocrazia, si stesse compiendo una sorta di dematerializzazione anche dello stesso concetto di scuola,  a partire dall’edificio,  e che a materializzarsi fosse una specie di un non-luogo virtuale freddo. Per fortuna poi il tempo ha mitigato questa mia iniziale  sensazione. E così la scuola non si è mostrata impreparata di fronte a questa nuova realtà, dando vita a diversi percorsi di apprendimento, in particolare con le video lezioni, organizzando orari ad hoc, che esulano dal mero orario scolastico. Ed è così che la didattica a distanza, la DaD, ha di fatto “invaso” le case degli studenti, i cui stessi genitori hanno avuto l’occasione di toccare con mano il modus operandi degli insegnanti, scevro dai canonici canali delle assemblee di classe o degli oceanici ricevimenti collettivi delle famiglie. Chi scrive ha avuto quindi modo di vedere le proprie lezioni allargate anche ad altri componenti della famiglia, ma non sentendosi perciò osservata speciale, bensì nella duplice veste di ospite e di ospitante. Certamente la scuola organizzata in questo modo risulta più asettica rispetto alle lezioni in presenza, laddove anche una recente pubblicità richiama l’attenzione su alcuni aspetti quali la richiesta degli studenti di potersi recare in bagno, quando in realtà noi insegnanti sappiamo benissimo che a scuola spesso i ragazzi chiedono di uscire un attimo per sgranchirsi semplicemente le gambe. Con la DaD, che letta in inglese significa “padre”, la scuola si è ritrovata a fare contemporaneamente da padre e madre di milioni di studenti almeno per quel dato periodo di tempo, come prima, ma anche più di prima. Ci sono comunque delle problematiche da sanare, come ad esempio il fatto che, pur dando da fare un compito “a tempo” lo studente può comunque cercare di sbirciare su Internet le risposte, infatti non sono in pochi gli insegnanti che preferiscono interrogazioni orali a verifiche scritte, in cui si potrebbero registrare picchi di voti astronomici. Guardando in viso gli alunni di volta in volta chiamati a rispondere diventa pressoché difficile non notare se essi ci provino o meno a leggere o aiutarsi con quello che passa il web. Un altro punto nodale da superare è quello legato al fatto che bisognerebbe distribuire meglio l’orario scolastico, spalmando le ore sull’intera settimana, ma lasciando almeno una mezzoretta tra una lezione e l’altra, in modo adì consentire sia a studenti che a docenti di poter rifiatare. Ed ancora le difficoltà oggettive di collegamento Internet, soprattutto nelle abitazioni in cui magari sono in quattro a dover usare Internet, in assenza di wi-fi. Per non parlare delle schermaglie di alcuni studenti che non vogliono farsi vedere in viso  e come pretesto affermano impudentemente “Ma prof, sono solo le 11”, quando a scuola li vediamo dalle 8. Questa esperienza è servita come apripista verso nuovi orizzonti della didattica, sicuramente perfettibili. Ma, come in tutte le cose, ci sarà sicuramente la possibilità di migliorare e di migliorarsi.

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