PENSANDO ALLE PRIMAVERE TRASCORSE

di Carlo Radollovich

In tempo di costrizioni, di uso delle mascherine e dei distanziamenti tra le persone, è triste renderci conto come non sia possibile uscire di casa per fare quattro passi nel verde cittadino e nemmeno tentare di arrampicarci per i sentieri che conducono in cima alla montagnetta di San Siro. Ma è giusto che sia così, per poter finalmente debellare questo maledetto Coronavirus.

Tuttavia, ciò non ci impedisce di andare con il pensiero a qualche mini-vacanza domenicale vissuta dai nostri nonni a primavera, a cominciare dai treni popolari dell’anteguerra le cui tariffe, espressamente studiate per gite festive, erano ridottissime. Ben conosciute le narcisate, effettuate sulle prime colline alle spalle di Varese, ove alcune specie di questi fiori, oggi quasi scomparsi, si distinguevano per il loro profumo tanto penetrante da essere definito quasi inebriante.

La vigilia della partenza trascorreva tra preparativi piuttosto concitati. Non si doveva trascurare nulla: dalla coperta di lana da stendere a terra per un pranzo frugale all’acqua minerale preparata con le prime polverine antesignane dell’Idriz e dell’Idrolitina, dai pochi piatti in ceramica ai bicchieri rigorosamente in vetro o in alluminio, dalla classica bottiglia di vetro alle piccole confezioni di orzata da diluire in acqua.

Il mattino seguente ci si alzava molto presto e il pregustato godimento di un po’ di aria fresca e pura faceva scattare le persone dal letto senza alcun tipo di rimpianto. Non appena sul treno si sistemavano con cura gli zaini ricolmi di ogni bene per la colazione al sacco e poco dopo iniziavano cori più o meno intonati con caratteristiche canzoni, tra le quali spiccava l’immancabile “Quel mazzolino di fiori”.

Ci si accontentava di poco e quando il convoglio stava per lasciarsi alle spalle Milano – così ci raccontavano – non ci si dimenticava di pensare a coloro che vivevano fuori città e che raramente avevano la possibilità di raggiungere la stazione Nord di piazza Cadorna per cominciare a vivere una giornata senza pensieri.

Giunti in circa un’ora e mezza a destinazione, si cominciava a correre tra i prati prima di chinarsi a raccogliere i narcisi, qualcuno rincorreva farfalle con il retino e altri si incantavano ad osservare decine di insetti, tra cui i maggiolini con il loro caratteristico volo ronzante.

Alle diciassette o alle diciotto era purtroppo già tempo di raggiungere il treno. I visi dei gitanti si erano nel frattempo intristiti e forse gli spassosi ritornelli musicali non si sarebbero ripetuti. Già proiettati in cuor loro verso il lavoro del lunedì che li attendeva, è probabile che ripassassero, senza volerlo, un verso di Leopardi: “Al travaglio usato ciascun in suo pensiero farà ritorno”…

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