CATERINA MEDICI, NATIVA DI BRONI

di Carlo Radollovich

I Milanesi, tutto sommato, non si lasciarono quasi mai attrarre da problemi riguardanti la stregoneria, tanto che l’Inquisizione ebbe qui una vita decisamente difficile, perché spesso contrastata dai cittadini. Fu però posto sul rogo, nella prima metà del Seicento, una certa Caterina Medici originaria di Broni, la cui storia, malgrado l’attenta ricostruzione della sua vita, sfociò in due differenti versioni.

Ecco la prima. Caterina era al servizio di un nobile cavaliere, il capitano Vacallo. Svelta nei lavori e soprattutto persona affidabile, ottenne quanto prima l’incarico di governante. Con il trascorrere dei mesi, la forte amicizia che intercorreva tra i due si tramutò in passione. E la donna, dopo un paio d’anni, pretese di poter convolare a giuste nozze, ma il capitano non ne volle sapere.

La poveretta volle allora rivolgersi ad una cartomante per ottenere consigli e questa le suggerì di porre nel letto del capitano una cordicella con tre nodi d’amore, ossia una sorta di “invito magico” per costringere il fidanzato al matrimonio. Presa però dal rimorso per questa sua azione, Caterina richiese l’aiuto di un sacerdote, il quale, per tutta risposta, si recò prontamente presso una sede del Sant’Uffizio, spifferando l’accaduto. Il tutto giunse alle orecchie del Vacallo, il quale, per “giusta causa”, fece rinchiudere la poveretta in un ospizio per persone da recuperare.

Dopo quasi quattro anni, Caterina fu dimessa. Non aveva assolutamente perso la voglia di lavorare e ottenne con qualche difficoltà la nomina a governante della casa di un illustre nobile, Ludovico Melzi (1594 – 1649), vicario di provvisione presso la nostra città.

Un giorno il Melzi si ammalò a causa di uno strano morbo, accusando durante il giorno lancinanti dolori allo stomaco. Volle il caso che, durante la malattia, Lodovico Melzi ricevette la visita di un suo vecchio amico, il capitano Vacallo. Quest’ultimo, non appena notò negli appartamenti la presenza di Caterina, riferì al vicario che gli spasmi potevano essere provocati dalla donna a seguito di un maleficio.

Ora la seconda versione. Caterina era sì alle dipendenze del Vacallo ma fu sempre costretta a respingere le insistenti avance del suo padrone. Ella decise, dopo qualche tempo, di abbandonare la casa del capitano e trovò lavoro presso Alvisio Melzi, fratello di Ludovico e membro dell’Inquisizione. Anche Alvisio fu costretto a letto da una misteriosa malattia e il vendicativo Vacallo, subito accorso, sentenziò che l’indisposizione di Alvisio era senz’altro colpa di Caterina, con conseguente denuncia al Sant’Uffizio.

Il finale delle due versioni collima perfettamente. Torturata in modo pesante, la donna confessò il falso nel tentativo di sottrarsi alle crudeli sofferenze. Giudicata comunque colpevole dal tribunale dell’Inquisizione per stregoneria, venne uccisa e poi bruciata in piazza Vetra. Era il pomeriggio del 4 marzo del 1617.

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