Al San Babila, Corrado Tedeschi: la “resilienza” di Zeno

di Ugo Perugini ……

Corrado Tedeschi, Paola Ornati e Marco Rampoldi, che è anche il regista del lavoro, sono riusciti brillantemente a  trasformare  le vicende più significative, narrate nel famoso romanzo di Italo Svevo “La coscienza di Zeno”, in uno spettacolo teatrale divertente, gradevole e intelligente. E non era facile.

Zeno Cosini, impersonato da un Corrado Tedeschi in ottima forma, è il simbolo dell’inettitudine a vivere, dell’incostanza, della superficialità, ma è un personaggio che, alla fine, come ce lo presenta l’attore, non risulta per nulla negativo. Addirittura, proviamo per lui una certa simpatia.

Migra da una facoltà universitaria all’altra, senza mai giungere alla laurea, ma non se ne preoccupa; sposa la donna che non ama, ma non se ne pente; sbaglia persino funerale (segue un altro feretro e non quello del cognato Guido suicida), ma se la ride. E il simbolo di questa sua debolezza di carattere sono le continue ultime sigarette, che dovrebbero porre fine – ma naturalmente non succede mai – al suo vizio.

Perché il suo forse non è un vizio. E’ più semplicemente una filosofia di vita che gli consente di non prendere nulla di ciò che gli accade troppo sul serio, di mostrare tolleranza verso di sé e verso gli altri, sfoderando una certa ironia e autoironia, che è una specie di airbag, di cuscino di protezione che lo preserva da brutti contraccolpi.

Ora, ditemi un po’ voi se questo atteggiamento non assomiglia a una definizione oggi di gran moda, la resilienza. Il nuovo titolo del romanzo di Svevo, secondo Tedeschi, potrebbe proprio essere “La resilienza di Zeno”: cioè la capacità di non opporre resistenza dinanzi alle difficoltà, alle contrarietà della vita, ma, al contrario, farvi fronte in maniera positiva e ottimistica, adattandosi alle circostanze e riuscendo egualmente a ottenere obiettivi importanti. Nel frattempo, prendendosi anche gioco della malattia, evocata per tutta la sua vita, più per esorcizzarla che credendoci realmente.

Accanto al personaggio di Svevo, più che Freud (Zeno mette in burletta anche il complesso di Edipo da cui sarebbe affetto secondo il suo psicoanalista, dottor S.) ci sembra di veder apparire la testa riccioluta e la linguaccia di Einstein con la sua teoria della relatività che a quei tempi cominciava a far scricchiolare le fondamenta del positivismo.

indexInsomma, a conti fatti, Zeno è tutt’altro che un debole. E’ l’esponente di un relativismo resiliente, una filosofia che ai nostri tempi va per la maggiore, anche se spesso imbastardita da forti dosi di pressapochismo e superficialità…

Ma torniamo alla commedia, che in due tempi, sa coinvolgere il pubblico non solo per la bravura degli interpreti. Basti pensare che, come accade a certi show di magia, si chiede l’aiuto degli spettatori, in un siparietto simpatico durante il quale Anna e Alberta, le due figlie del Malfenti, sono reclutate tra il pubblico.

Ma anche il dottor S., per rendere più partecipi gli spettatori, scende in platea mentre colloquia con il suo paziente Zeno, disteso sulla chaise longue. E, di volta in volta, veste i panni del suo vecchio padre, dell’arrogante Malfenti e, in seguito, quelli del brillante Guido. Una prova, quella di Claudio Moneta, davvero eccellente.

Ma tutti gli attori  meritano di essere segnalati. Anche Camilla Tedeschi, che è la sfortunata Ada ma anche Carla, la pessima cantante, amante di Zeno; Gianluca Sambataro, nel ruolo di pianista e amico, e Roberta Petrozzi, Augusta, moglie di Zeno.

Una bella prova, a conferma che anche i classici della letteratura possono ritrovare una nuova vita sulle tavole del palcoscenico, se vivificati da una recitazione brillante e presentati con arguzia e talento.

Nel finale, Zeno-Tedeschi si lascia andare a riflessioni escatologiche un po’ amare che chiudono anche il libro di Svevo. Ma sono considerazioni sempre intrise di ironia, che si trasforma in “disincantato cinismo”, di fronte alla bizzarria del mondo.

La vita (parafrasando Ungaretti) è una malattia che si sconta vivendo e non ha remissione perché porta inevitabilmente alla morte. E l’uomo è un parassita che occupa abusivamente questa terra e la infetta. Bisogna solo aspettare che si estingua – non ci vorrà molto – e allora la terra tornerà ad essere libera e sana.

Al Teatro San Babila, fino al 1 marzo.

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