CURIOSITA’ SU PALAZZO DURINI E DINTORNI

di Carlo Radollovich

Il palazzo, situato in via Durini 24, fu commissionato poco dopo la prima metà del Seicento da Giovanni Battista Durini, conte di Monza. Artefice dell’imponente edificio fu uno degli architetti più in vista dell’epoca: Francesco Maria Richini.

La costruzione si presenta sobria, lineare, con un portale d’ingresso assai imponente, che sorregge la vistosa balconata del primo piano. Magnifici gli interni con uno splendido scalone in marmo rosso di Verona, uno stupendo salone d’onore, noti dipinti di Nuvolone, Procaccini, Stefano Maria Legani e altri, soffitti lignei intagliati e ancora altre meraviglie.

Ma come si presentava la via Durini a quel tempo, quando le mappe cittadine la contrassegnavano come Vecchia Contrada di Porta Tosa? Le abitazioni apparivano qui assai modeste, ove vivevano persone molto povere, che tuttavia possedevano una fede assai ricca.

Era infatti possibile scorgere cortei di ammalati, di storpi e di altra umile gente che salivano lungo i gradini di una scalinata che conduceva al monastero dei Camilliani, ove i frati prestavano loro diverse cure per poi pregare tutti insieme, invocando la benedizione di Dio, presso la vicina chiesa di Santa Maria alla Sanità, costruita dagli stessi Camilliani.

Il limitrofo tempio dedicato a Santo Stefano in Borgogna, risalente al ‘300 e ora demolito, veniva pure frequentato da molti pellegrini, i quali giungevano qui per venerare un dipinto della Vergine ritenuto miracoloso.

Ed ecco che la Contrada iniziò a “decollare” con un parziale “salto di qualità” quando cominciò a prendere corpo il palazzo descritto brevemente all’inizio, poi rivelatosi come una delle più lussuose residenze della nostra città.

L’immenso edificio accolse presto numerose personalità tra cui il governatore spagnolo, principi, conti e contesse, nobili vari e, nel primo Ottocento, niente meno che Napoleone Bonaparte.

Nel 1922 i conti Durini vendettero lo stabile al senatore Borletti il quale, nel 1925, lo cedette a sua volta a Giovanni Caproni, ingegnere aeronautico. Quest’ultimo, nel corso del secondo conflitto mondiale, provvedeva a trasformare le cantine dello stabile in rifugio antiaereo. Inoltre, instaurò speciali contatti diretti con i Vigili del fuoco affinché potessero intervenire prontamente in caso di emergenze.

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