TANGO ARGENTINO

di Carlo Radollovich

Nel libro “Tango Argentino – La bellezza di un abbraccio”, Cinquemarzo Edizioni, Stefano Fava ci incanta con la sua narrazione agile, fresca, assolutamente veritiera, mai frenata da piccoli incagli o da possibili pause.

Grazie ad una prosa scorrevole, assai aperta, permeata di ricche riflessioni sulla storia dei nostri migranti in Argentina (prima parte del testo), l’autore ci conduce attraverso una direttrice molto precisa: quella di suscitare nel lettore la viva curiosità nel leggere lo svolgersi di innumerevoli vicende storiche, a volte molto tristi.

Il libro, che offre ampio materiale su cui meditare in ogni suo capitolo, ci emoziona e ci affascina in continuazione, non soltanto per i racconti che a volte riflettono esperienze vissute in loco dall’autore, ma anche per il complesso tessuto di una trama, spezzettata solo in apparenza, che ci appassiona decisamente. Egli ci fa rivivere non solo la tristezza, ma anche il peso sopportato da quei poveri emigranti, costretti a mutare vita cercando di assicurare (non sempre, purtroppo) un minimo di sostentamento per i familiari rimasti in patria.

Le partenze dal nostro Paese, dicono le statistiche, si attestarono sui tre milioni circa tra il 1870 e il 1950, facendo registrare un rallentamento dei flussi poco prima dello scoppio del primo conflitto mondiale. E’ curioso: considerato questo frangente, si potrebbe ipotizzare che alcuni, prima di salpare per il Sud America, abbiano avuto negli occhi la tragedia del Titanic, notizia diffusa subito dai giornali e poi trapelata di bocca in bocca. Come noto, su quel transatlantico perirono centinaia di lavoratori in cerca di miglior fortuna.

Stefano Fava ci ricorda coloro che per primi popolarono l’Argentina e cioè i liguri e poi i piemontesi. Ecco qui alcuni elementi che raffigurano la vita dei nostri concittadini. Essi, infatti, per sminuire malinconia e un profondo senso di vuoto, fondarono circoli e società di mutuo soccorso. La descrizione, sempre vivissima, di questi e altri fatti ci immerge in una realtà ottocentesca quasi con la presenza di una telecamera, tanto i significativi momenti vengono ripresi con immediatezza.

La seconda parte del libro, relativa alle origini del tango argentino (interessante l’ipotesi che la parola tango possa derivare da “tambor”, cioè tamburo, per poi passare a “tambò” e quindi a tango) ci informa che negli anni Ottanta del XIX secolo erano presenti a Buenos Aires tre generi musicali, la Abanera, la Milonga e il Tango andaluso.
E che dire delle lingue con cui il tango si esprimeva e cioè il castellano standard, il lunfardo, il cocoliche e il vesre? Questa elencazione, oltre a quanto già scritto meticolosamente da Fava, potrebbe indurci ad approfondire in biblioteca i dettagli di una storia lessicale che ci ammalierebbe.

Successivamente, l’evoluzione del tango, con tutte le sue curiose ramificazioni, potrebbe condurci a “toccare con mano” la società borghese di allora, con i figli di papà che, rientrando a casa dopo il ballo, fischiettavano le relative musiche, finendo per “contagiare” sorelle e genitori.

Tutto questo entusiasmo contribuiva a far nascere l’epoca d’oro del tango tra il 1935 e il 1955. Anche noi, in pieno secolo XXI, ci troviamo coinvolti con le stesse reazioni entusiastiche dopo aver letto le descrizioni particolareggiate che ci hanno accompagnato durante la lettura del libro. E Stefano Fava non solo ci ha fatto rivivere questi tempi dettati dall’inimitabile melodia del tango, ma ci ha messo addosso una profonda voglia: quella di calzare scarpe da ballo per avviare, seppure solo abbozzata, una bellissima danza assieme alle nostre mogli.

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