La vendetta si serve fredda.“Paura a Milano” di Donata Scannavini

di Ugo Perugini —-

Un nuovo personaggio si è affacciato al mondo del poliziesco. E’ italiano, anzi lombardo, e il suo cognome lo conferma, se vi fossero dei dubbi. Si chiama Ernesto Brambilla. E’ un tipo riservato, serio, scrupoloso, ma non è un santo né un eroe.

E’ un uomo comune che per una serie di circostanze si trova ad operare in una megalopoli come Milano, lui che viene da Clusone, ama la montagna e sopporta a fatica la vita frenetica della città, con il suo carico di stress e di violenze.

clusone_piazza_orologio_IMG_7283-63-800-600-80Si troverà invischiato in una serie di delitti, all’inizio inspiegabili, ma di cui, ben presto comprenderà la logica, arrivando a chiarire il mistero tragico che vi si cela.

L’autrice, Donata Scannavini, ha una buona padronanza della scrittura, la sua prosa la si legge volentieri. Usando una definizione inglese, potremmo dire che il suo è uno stile “no frills”, cioè senza troppi fronzoli, sobrio e diretto, il plot è costruito con logica e si dipana in modo piano, coinvolgendo il Lettore dall’inizio alla fine, con colpi di scena ben calibrati. Efficace l’uso dei dialoghi.

I personaggi, compresi quelli di secondo piano, che affollano numerosi il racconto, sono disegnati con semplici “tocchi” descrittivi ma tutti realistici, che vanno a comporre un quadro animato, che dà la dimensione della vita vera e autentica di una città laboriosa ma riservata come Milano: imprenditori, professionisti, intellettuali, semplici lavoratori, pensionate in cerca di interlocutori e le immancabili portinaie (spesso personaggi-chiave per la risoluzione degli enigmi famigliari).

Si scoprirà, alla fine, che il movente è la vendetta, atroce e diabolica, per un mancato riscatto sociale, in una società dove è spesso difficile salire sull’ascensore sociale per migliorare la propria condizione di vita.

La scenografia non è costituita solo dalle vie della città di Milano, dai prestigiosi studi di avvocati, dalle case popolari della periferia, dalle austere aule del Liceo Parini o del Liceo Omero, dalle ville lussuose dell’hinterland, in una delle quali, la morte misteriosa di una giovane ragazza rappresenta la chiave di volta del mistero.

zoneNel finale, per risolvere il caso del rapimento di un minore, ci si sposterà sul lago d’Iseo, a Montisola e sulla sua sponda bresciana, nei paesi di Zone e al Castello Oldofredi, località che l’Autrice conosce bene e descrive con rapide ed efficaci pennellate.

Il romanzo lo si legge volentieri anche per questo motivo. Perché i luoghi dove l’ispettore Brambilla sarà costretto ad operare, li conosciamo bene tutti, ci sono famigliari, sia perché ci viviamo sia perché sono i luoghi delle nostre vacanze o dei nostri fine settimana. E non occorre da parte del Lettore alcuno sforzo superfluo per ricostruirli nella sua mente.

degassificare-sigaroSiamo certi che l’ispettore Brambilla, come è già capitato con il primo libro, troverà una favorevole accoglienza anche in questa seconda avventura da parte del pubblico che sta imparando a conoscere la sua personalità, un po’ schiva ma sempre genuina… e il profumo dei suoi sigari che accende appena può.

 

Paura a Milano. Donata Scannavini. Edizioni Il mio libro.

Qualche domanda all’autrice

Cosa l’ha spinta a scrivere storie gialle?

Come dico sempre, ho iniziato un po’ per gioco, provando a scrivere una storia che mi ero immaginata. Sono sincera, mai avrei immaginato di giungere alla pubblicazione di due libri. Ho però da subito immaginato un racconto giallo, con azioni e colpi di scena, cosa che amo particolarmente inventare e scrivere.  Col procedere della storia – mi riferisco in particolar modo al primo libro, Una vacanza pericolosa – mi sono “affezionata” ai personaggi che creavo e alla trama stessa, per cui sono giunta alla fine del primo romanzo, ripromettendomi di far vivere al mio personaggio principale, il commissario Ernesto Brambilla, altre avventure; ho scritto così Paura e Milano e ora ho in lavorazione il terzo giallo.

Quali sono gli autori che ama di più?

Amo molto la lettura in generale, ho al mio attivo più di 600 libri, di tutti i generi: saggistica, classici – specialmente gli autori russi – romanzi d’avventura e perché no? Romanzi d’amore. Da quando però ho iniziato a scrivere gialli, ho indirizzato anche la lettura in questo senso, quindi leggo autori come Scerbanenco, Elisabeth George, Linda Castillo e ovviamente Simenon!

La trama la costruisce prima a tavolino, definendo personaggi e azioni, o si dipana nel corso della storia magari con soluzioni imprevedibili?

Questo, se vogliamo, è un po’ il mio limite: non riesco a costruire la trama di tutto il romanzo all’inizio: parto con un’idea molto a grandi linee dell’oggetto del romanzo, poi però la trama si dipana man mano e a volte prende una piega un po’ diversa da quella immaginata nella fase iniziale. Se da una parte ciò è stimolante e intrigante perché lascia aperta la porta a imprevisti e colpi di scena, dall’altra è faticoso perché richiede maggiore attenzione nell’armonizzare tutti gli eventi senza incorrere in incongruenze logiche e/o temporali. Anche i personaggi crescono e si delineano col procedere della narrazione; certo, quasi sempre un personaggio nasce “negativo” o “positivo” ma poi le sue caratteristiche si definiscono col procedere della vicenda. Possiamo dire che racconto e personaggi si influenzano reciprocamente, prevalendo a volte le esigenze dell’uno, a volte le ragioni degli altri. Ci sono poi figure che definirei neutre che non sono cioè funzionali e determinanti per lo svolgimento del racconto ma che lo arricchiscono e che lo rendono, secondo me, maggiormente interessante e coinvolgente anche da un punto di vista emotivo.

Gli spunti le arrivano da storie realmente accadute?

Le storie sono totalmente inventate; non posso però negare che alcuni spunti mi siano stati dati da vicende reali, vissute da me o da altre persone.

Nei suoi romanzi la storia, l’intreccio, ci sembra prevalgano nettamente sui personaggi per i quali non vi è mai una eccessiva analisi introspettiva, se non strettamente necessaria. Ciò, al contrario di quanto accade ad altri scrittori, rende la lettura più leggera e libera da psicologismi che spesso appaiono ridondanti. E’ d’accordo?

Secondo me, non si tratta di essere d’accordo o meno in senso assoluto, dipende dal genere del romanzo. E’ chiaro che, per esempio, in un romanzo biografico, reale o inventato che sia, dove l’attenzione, il fulcro è sul personaggio, l’analisi introspettiva non solo è necessaria ma è imprescindibile, per cui anche eventuali indugi in tal senso sono più che scusabili. Nel romanzo giallo, l’attenzione è sulla vicenda, sull’azione, sia del colpevole che degli inquirenti, e il ritmo è spesso incalzante; la caratterizzazione dunque dei personaggi non è così importante e, secondo me, indugiarvi troppo rischia di annoiare il lettore e di distoglierlo dallo svolgimento della vicenda.  Ciò detto, ritengo che, in particolar modo per i principali, sia comunque importante un minimo di analisi introspettiva dei personaggi, per capire le ragioni del loro agire e di porsi di fronte alle vicende.

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