San Babila, Che disastro di commedia: quando il teatro si prende in giro

di Ugo Perugini  —

Al San Babila, “Che disastro di commedia”, di Henry Lewis, Jonathan Sayer, Henry Shields, con la regia di Mark Bell. Un lavoro liberatorio e  dissacrante al tempo stesso, sul fare teatro. Produzione AB Management.

E’ importante riuscire a guardare in faccia i propri errori e anche quelli degli altri. Serve, oltre che a farci ridere, a comprendere i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre inadeguatezze. E se questo riguarda l’ambito degli attori, che sappiamo essere, quasi per deformazione professionale, piuttosto presuntuosi ed egoisti, rappresenta un bagno d’umiltà, utile per ridimensionare una certa, spesso immotivata, superbia.

Basterebbe questa considerazione a farci piacere una commedia come quella che si intitola – guarda caso – “Che disastro di commedia” – che propone uno spettacolo, realizzato da una modesta compagnia amatoriale di provincia, nel quale nulla, ma proprio nulla, va come previsto. Per incapacità degli attori, per una scenografia molto approssimata e traballante, per incredibili distrazioni del tecnico del suono, delle luci, ecc. e per una serie infinita di colpevoli sviste.

Ma gli attori, nonostante i guai che sono costretti ad affrontare continuano imperterriti a recitare, come possono, anche contro ogni logica ed evidenza, il che assume contorni assurdi e grotteschi (capita anche nella vita quando cerchiamo di ignorare ciò che accade intorno a noi, fingendo di andare avanti, come nulla fosse…)

La commedia (quella che dovrebbero recitare gli attori incapaci e pasticcioni) è un giallo ambientato in una villa, stile anni Venti, con delitti, assassini, l’immancabile ispettore di polizia che indaga (che è anche il regista improvvisato dello spettacolo), e i sospetti (praticamente tutti a rotazione).

Ma, ovviamente, la trama non conta. E’ solo un pretesto per mettere in mostra la bravura degli attori, stiamo parlando di quelli veri, che impersonano guitti scalzacani, ma, che riescono a dominare il ritmo forsennato della rappresentazione, fatto da un susseguirsi di infinite gag, battute, cadute, equilibrismi, spostamenti.  E lo fanno sempre rispettando gli strettissimi tempi comici, studiati al secondo, in modo perfetto, dimostrando un’abilità incredibile. Insomma, c’è poco da fare. Anche per sbagliare e farlo in modo credibile e divertente, ci vuole metodo. E soprattutto, una notevole professionalità.

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Tutti gli attori in scena, Stefania Autuori, Luca Basile, Viviana Colais, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Yaser Mohamed, Igor Petrotto, Marco Zordan,  meritano un plauso in blocco. Sanno che il meccanismo costruito è delicatissimo, come gli ingranaggi d’un orologio, e occorre rispettarne con assoluta precisione la scansione. Ma anche se l’impegno non è indifferente, ognuno vi partecipa con entusiasmo, ironia e complicità, ammiccando al pubblico, come deve essere.

Anche perché questa rappresentazione sarà comunque utile nel futuro della loro carriera, quando torneranno a recitare una commedia normale, quando magari davvero dimenticheranno una battuta o lo farà il proprio collega, quando saranno indotti a caricare troppo certi personaggi, quando saranno tentati da comportamenti esageratamente gigioneschi, quando dovranno controllare l’invidia per il o la collega più bravo di loro, ecc.

Insomma, una commedia che mette anche alla berlina difetti e meschinità del lavoro attoriale con intelligenza e acutezza, da gustare dall’inizio alla fine, sottolineando, ancora una volta, la coralità dell’impegno profuso da tutti i protagonisti sotto la regia di Mark Bell.

 

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