ALCUNE CURIOSITA’ SU VILLA SIMONETTA

di Carlo Radollovich

L’unico esempio lombardo di villa patrizia rinascimentale suburbana, fa elegante mostra di sé in via Stilicone 36 e qui, dal 1973, si è instaurata la sede della “Civica Scuola di Musica”, dedicata al maestro Claudio Abbado.

Anzitutto alcuni sommari dati storici sulla villa. Edificata tra il XV e il XVI secolo su ordine di Gualtiero Bascapé, cancelliere di Ludovico il Moro, aveva assunto in quegli anni la denominazione “La Gualtiera”. Resturata nel 1547 dal governatore di Milano Ferrante Gonzaga, venne ceduta alla famiglia Simonetta nel 1555. Fu in seguito proprietà dei Castelbarco, dei Clerici e degli Osculati.

Appartenuta all’inizio del XIX secolo alla “Compagnia della Teppa”, costituita da nobili più che altro dediti al libertinaggio e alle frequenti ubriacature, essa si trasformò in ospedale per ammalati di colera (1836) per poi convertirsi in fabbrica di candele, in officina meccanica, in osteria e addirittura in caserma. Nel corso del secondo conflitto mondiale, la facciata venne in pratica completamente distrutta. Malgrado un perfetto restauro venisse compiuto negli anni Sessanta, non fu più possibile ridare vita a quella straordinaria eco che ripeteva la voce per ben quaranta volte e un colpo di fucile settanta volte.

Ma ecco la prima curiosità, relativa ad una proprietaria, la nobildonna Clelia Simonetta. Rimasta vedova in giovane età, fu spesso al centro di numerose chiacchiere per le sue numerose avventure sentimentali. I genitori, nel tentativo di mettere a tacere tutte le voci che commentavano la sua non saggia condotta, vollero confinarla fuori città, per l’appunto presso la villa padronale.

Ma qui, Clelia organizzava feste a non finire, dando sfogo a tutta la sua sensualità. I milanesi di allora raccontavano che una decina di giovani, i più aitanti, non fecero mai ritorno a casa loro. Molte le ipotesi che circolavano: giochi particolarmente spinti che portavano niente meno che alla morte e poi una sorta di schiavizzazione senza scampo a cui i poveri sfortunati venivano sottoposti. Fatto sta che della loro sorte non si seppe mai nulla. Forse sepolti nelle cantine?

La seconda curiosità riguarda l’eco a cui abbiamo fatto cenno, un fenomeno che persino Stendhal – così dicono le cronache – ebbe modo di apprezzare durante il suo soggiorno milanese del 1816. Alcuni concittadini, dopo aver ammirato tutte le bellezze della villa al suo interno, urlavano in dialetto la seguente frase: “Ma come se fa ad avegh a disposizion inscì tanta bella robba?” (ma come si fa ad avere a disposizione così tante belle cose?). L’eco rispondeva: “roba, roba, roba” ossia… ruba, ruba, ruba.

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