Fatica di insegnare e sue conseguenze: intervista al dottor Vittorio Lodolo D’Oria

di Donatella Swift

dottor Lodolo D’Oria: dolovitto@gmail.com pagina Facebook www.facebook.com/vittoriolodolo
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Abbiamo raccolto l’opinione del dottor Vittorio Lodolo D’Oria, che da anni ha posto sotto la lente d’ingrandimento la situazione degli insegnanti, ed in modo particolare quei molteplici casi che spesso vengono definiti come “burnout”. Negli ultimi anni infatti le cronache si stanno riempiendo di episodi nei quali i protagonisti sono proprio gli insegnanti, non solo sotto forma di bullismo da parte degli alunni, ma anche a livello proprio di stress lavorativo, per un lavoro che sta sempre più diventando usurante dal punto di vista psico-fisico. Il dottor Lodolo D’Oria si occupa appunto di questo particolare tipo di problematiche, ha scritto molti libri ed articoli a questo riguardo.

Perché a un medico salta in mente di occuparsi della salute degli insegnanti?

Nel 1992 entrai a fare parte del Collegio Medico per l’inabilità al lavoro. Mi accorsi subito che gli insegnanti che arrivavano in commissione erano un numero sorprendentemente alto ma, soprattutto, presentavano il 31% di diagnosi psichiatriche. Il dato sorprese tutta la commissione poiché eravamo vittima dei soliti stereotipi sugli insegnanti e ci ponemmo subito il seguente quesito: “A insegnare si diventa pazzi o solo i pazzi fanno gli insegnanti?”. Gli studi scientifici pubblicati in seguito dimostrarono che era vera la prima opzione. Col tempo capimmo che le “lunghe” ferie degli insegnanti altro non erano se non un necessario e insufficiente periodo di convalescenza. Dal 1992 mi occupo di salute dei docenti e faccio formazione su prevenzione, riconoscimento clinico e orientamento medico nelle scuole del Paese. Svolgo anche funzione di medico di parte negli accertamenti medici in Collegio Medico di Verifica e offro consulenza ai dirigenti scolastici circa le molte incombenze medico-legali di loro competenza. Ho infine pubblicato numerosi libri sull’argomento prendendo spunto da fatti reali di cui mi sono occupato in prima persona. L’ultimo volume è uscito a marzo e riporta oltre 100 storia, interessandosi anche del nuovo e crescente fenomeno dei “presunti maltrattamenti a scuola” da parte delle maestre (“Insegnanti, salute negata e verità nascoste” – Edises 2019). Nel 90% si tratta di casi ansioso-depressivi di differente gravità prognostica, mentre il restante 10% sono disturbi di personalità e psicosi assai più difficili da gestire in ambito scolastico. Molti sono i tratti comuni e vale la pena conoscere casistica e pluralità di manifestazioni e segni clinici.

Quindi il problema è più serio di quanto gli stessi insegnanti non riescono a immaginare?

La salute degli insegnanti è un problema serio che nasce almeno 50 anni fa. Riguarda la società intera e deve essere affrontato scientemente, riconoscendo che i luoghi comuni, gli stereotipi e le falsità sulla professione dell’insegnante, nati sulla scia del ’68, hanno fatto il loro tempo lasciando ferite e cicatrici nell’arte di insegnare e di educare. Almeno tre sono i livelli tra loro complementari, su cui dobbiamo concentrare la nostra riflessione: istituzionale, professionale e individuale. Correva l’anno 1968 quando Hotyat, autore del Manuale di Psicologia del fanciullo, scriveva: “La tensione nervosa, richiesta per ben condurre una scolaresca, è notevole, quando ci si dedica anima e corpo al proprio compito; il suo peso aumenta con il trascorrere degli anni. Di questo dispendio d’energie ha tenuto conto il legislatore, prevedendo per il personale insegnante un’età di pensionamento più precoce che per i funzionari amministrativi”. Le cose, col trascorrere del tempo, hanno preso una piega affatto diversa. Infatti dopo il 1992 – anno in cui sono state abolite le cosiddette baby-pensioni con la riforma Amato – sono intervenute tre ulteriori riforme previdenziali che, attualmente, consentono agli insegnanti di andare in pensione solo all’età di 67 anni. La situazione è pertanto radicalmente cambiata. Il tutto inoltre avviene ancora oggi a dispetto di quanto recita l’art. 28 del Testo Unico in materia di tutela della salute dei lavoratori (DL 81/08), che impone il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) nelle professioni di aiuto (helping profession), imponendo particolare riguardo verso il genere e l’età del lavoratore. Proprio il mondo della scuola presenta peculiarità sensibili circa le predette variabili: l’83% dei docenti è donna con un’età media di 50,2 anni. Testimonianze internazionali fanno comprendere quale salto nel buio abbia compiuto il legislatore, omettendo volutamente di valutare lo stato di salute della categoria professionale dei docenti prima di riformare più volte la loro previdenza. I dati di Francia, Gran Bretagna e Germania, rispettivamente, del 2005, 2009 e 2015 riconoscono la categoria professionale degli insegnanti come quella maggiormente esposta al rischio suicidario tra le categorie professionali e rispetto alla popolazione.

Ma in Italia si applica il decreto 81/08 sulla prevenzione dello Stress-Lavoro-Correlato?

In Italia è certamente da stigmatizzare il fatto che il legislatore si sia dimenticato di mettere a disposizione dei capi d’istituto, equiparati a datori di lavoro, le necessarie risorse per applicare il DL 81 (la prevenzione costa), lasciando loro un ulteriore problema. Tra i presidi vi è pertanto chi fa finta di niente evadendo l’obbligo (la maggior parte), chi affida la prevenzione dello SLC al responsabile per la sicurezza (solitamente l’ingegnere che si occupa della sicurezza dell’edificio e dell’antincendio), chi somministra infine ai propri docenti questionari inadatti ritenendo così esaurito il proprio compito. Il MIUR inoltre non controlla l’operato dei dirigenti scolastici nella prevenzione dello SLC, perché non saprebbe come farlo, né da dove partire. Eppure i pochi studi italiani a disposizione parlano chiaro: le inidoneità all’insegnamento sono dovute a diagnosi psichiatriche nell’80% dei casi (5 volte rispetto alle diagnosi di laringiti croniche che vengono riconosciute come causa di servizio), mentre le diagnosi psichiatriche poste in Collegio Medico di Verifica sono passate nell’arco di venti anni dal 31% all’80%. Nonostante ciò, il Documento di Valutazione del Rischio delle scuole non contempla o non applica la prevenzione dello SLC. In sintesi le attività di monitoraggio e prevenzione consistono nel: valutare il clima scolastico adottando appositi indicatori; informare i docenti circa le malattie professionali della categoria (all’80% di tipo psichiatrico); fornire loro gli strumenti a disposizione per difendersi (Accertamento Medico d’Ufficio); illustrare i percorsi burocratici da seguire con relativi diritti e doveri contrattuali di fronte a utenza e dirigente. Il capo d’istituto infine ha l’obbligo di ottemperare a una serie di incombenze medico-legali di cui la tutela della salute degli insegnanti è la prima in ordine d’importanza. Purtroppo, come detto, il MIUR non ha finora ritenuto di dover né stanziare i fondi per attuare la prevenzione di legge, né per formare i dirigenti in materia di incombenze medico-legali che il loro ruolo comporta: scelte miopi che comportano infauste conseguenze sulla salute della categoria professionale sempre più sotto pressione.

Come mai l’insegnamento comporta un’usura psicofisica superiore a tutte le altre categorie ivi incluse le helping profession di cui i docenti fanno parte?

Non è stato facile pervenire a questa risposta, ma dopo 20 anni di studi, credo di essere arrivato alla soluzione. La professione dell’insegnante ha una peculiarità unica rispetto a tutte le altre: la tipologia del rapporto con l’utenza. Non esiste infatti altra professione in cui il rapporto con l’utenza, e per giunta la stessa utenza, avvenga in maniera così insistitamente reiterata e protratta per tutti i giorni, più ore al giorno, 5 giorni alla settimana, 9 mesi all’anno, per cicli di 3/5 anni. In altre parole è come se il docente si sottoponesse quotidianamente a una Risonanza Magnetica Nucleare operata da tante paia di occhi quanti sono i suoi stessi studenti: un solo capello fuori posto e i ragazzi lo mettono in croce perché, come sosteneva Freud, “i bambini sono dei pervertiti polimorfi”. In questa particolarissima tipologia di rapporto per di più l’insegnante diviene nel tempo anagraficamente più vecchio, mentre lo studente (col rinnovarsi dei cicli di studio) si mantiene giovane: un “effetto Dorian Gray” capovolto. Si consideri poi la permanente asimmetria oltre che di carattere numerico (un insegnante per 25/30 studenti) anche di rapporto (l’insegnante è sempre in “cattedra”) che lo condizionerà rendendolo spesso incapace a sviluppare una relazione tra pari per condividere il disagio mentale. Alla suddetta peculiarità fa seguito tutto quello che già conosciamo: precariato, scarso riconoscimento sociale, bassa retribuzione, stereotipi sulla professione, continuo susseguirsi di riforme, allontanamento del periodo previdenziale (senza la benché minima valutazione della salute dei lavoratori), maleducazione degli studenti, prepotenza delle famiglie, globalizzazione dell’utenza, avvento delle nuove tecnologie (es. registro elettronico), inserimento di alunni disabili nelle classi etc.

Un altro aspetto particolare della categoria professionale è la sua prevalenza femminile (l’83% dei docenti) che mentre da una parte garantisce un limitato ricorso a forme di violenza da parte dei docenti nei confronti dell’utenza (eteroaggressività), dall’altra determina manifestazioni di autoaggressività con ciò che ne consegue (ansia, panico e depressione nell’insegnante). Se operiamo un confronto tra l’ambiente scolastico e quello familiare, in cui le relazioni sono altrettanto serrate e prolungate nel tempo, notiamo infatti un maggior numero di episodi di eteroaggressività rispetto a quelli di autoaggressività, proprio per la presenza alla pari della componente maschile. Si ha la controprova di ciò nei casi di cronaca nera: quelli occorsi all’interno delle mura domestiche sono soverchianti rispetto a quelli determinati da docenti a spese di alunni e studenti e soprattutto di ben altro tenore.

Il burnout colpisce in tutti gli ordini d’insegnamento allo stesso modo?

L’usura psicofisica sembra colpire allo stesso modo i docenti a prescindere dal livello di scuola al quale costoro insegnano. Quest’ultimo elemento conferma che il disagio mentale professionale dei docenti è dovuto in gran parte alla professione medesima piuttosto che ad altre variabili come, per esempio, il sistema scolastico adottato nei diversi Paesi.

Se è vero che tutti gli insegnanti sono soggetti a un’alta usura psicofisica, ciascuno manifesterà una reazione comportamentale diversa. Quali sono le sue considerazioni in merito e che consigli si sente di dare?

Conoscere il proprio corpo, nonché i fenomeni biologici e fisiologici che lo regolano, è la prima regola per poter aspirare a una vita serena. Tuttavia la cosa da sola non è più sufficiente poiché deve essere valutata a fondo anche la salute professionale, di cui si fruisce sul posto di lavoro, nonché la vita di relazione coi suoi “life event”, infine l’anamnesi familiare che ci aiuta a conoscere l’imprescindibile impronta del patrimonio genetico individuale. Solamente attraverso la piena comprensione di queste tre dimensioni è possibile arrivare ad avere una buona consapevolezza dei rischi psicofisici cui si è quotidianamente esposti.

L’insegnamento è una professione prevalentemente femminile. Cosa ci dice in merito?

Innumerevoli studi scientifici stimano il rischio depressivo nella donna più che doppio rispetto a quello nell’uomo (2,5:1). La causa del divario è da attribuirsi agli ormoni della fertilità che espongono la donna addirittura ad un rischio quintuplicato, rispetto alla sua fase fertile, durante il periodo perimenopausale. Dunque è assai importante che si sappia come stanno le cose. Una donna insegnante che svolge la professione psicofisicamente usurante per eccellenza, in periodo perimenopausale (o nel post-partum), e attraversa un periodo depressivo, può tranquillamente rivolgersi al suo ginecologo piuttosto che andare dallo psichiatra. Il primo infatti potrebbe correttamente considerare il ricorso ad una eventuale terapia ormonale sostitutiva, mentre il secondo rischierebbe di intraprendere un’inutile farmacoterapia antidepressiva. Resta comunque il preciso dato di fatto che una donna in menopausa vede crescere il proprio rischio di esposizione alla depressione fino a 12,5 volte rispetto all’uomo. D’uopo infine ricordare che l’età media dei nostri docenti è di 50 anni circa.

La salute degli insegnanti è un bene prezioso che non è mai stato considerato. Oggi la legge ne impone la tutela nonostante nessuno (Istituzioni, politica, Ministero, Sindacati) faccia nulla ad ogni livello per promuoverla. Numerosi sono i segnali di un malessere della categoria che, tra le malattie professionali, annovera innanzitutto patologie psichiatriche seguite a buona distanza dalle neoplasie (per lo più mammarie). Si tratta della punta di un iceberg che richiede un intervento urgente perché il fenomeno non assuma proporzioni preoccupanti destinate a ricadere anche sulla giovane utenza.

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