Chi ci insegnerà ad amare? Lorenzo Loris all’Out Off

di Ugo Perugini

Fino al 2 giugno al Teatro Out Off “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fedor Dostoevskij con Mario Sala, interprete e autore della traduzione e della drammaturgia con Fausto Malcovati per la regia di Lorenzo Loris.

Quello in cui viviamo non è un mondo che ci piace. Sentiamo solo parlare di violenze, guerre, ingiustizie, distruzione della natura. Sulla terra, su questo “atomo opaco del Male”, usando le parole di Pascoli, sembra sia impossibile la felicità, la pace, il rispetto, l’amore. E chi si azzarda a immaginarlo viene preso per ingenuo, se non schernito, deriso, come “L’uomo ridicolo” di Dostoevskij.

Sembra davvero che tutti gli uomini abbiano disimparato ad amare. O meglio riducano l’amore a un fatto a due, a passione, a sentimento egoistico, a soddisfazione dei sensi, a possesso, a orgoglio. L’amore si è come ritirato dalla nostra vita, capita addirittura che ce ne vergogniamo, che,  mostrando questo sentimento,  temiamo di apparire deboli, indifesi, di fronte all’arroganza che prevale ovunque.

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Con la ragione crediamo di conoscere tutto, di avere tutto sotto controllo, ma forse non ha torto Dostoevskij a credere che invece occorre lasciare spazio al cuore e farci guidare dai sogni.  Come capita al suo “uomo ridicolo” che con grande capacità evocativa immagina un mondo dove uomini e donne possano vivere felici, senza conflitti, in una natura intatta, in armonia tra loro e con il creato, senza bisogno di ideologie o religioni.

Il monologo “Il sogno di un uomo ridicolo”, recitato da Mario Sala, sotto la regia di Lorenzo Loris, lascia il segno negli spettatori. L’idea di capovolgere il senso della rappresentazione, spostando gli spettatori sul palco e lasciando in mezzo a loro lo spazio all’attore è una soluzione che ha un significato forte.

Chiede allo spettatore di lasciarsi coinvolgere, di immaginare insieme all’attore questa “nuova terra” sognata, di vedere il mondo da un nuovo punto di vista, di rimettersi in discussione: quelle sedie vuote di teatro, che a un certo punto l’attore percorre in una ardita e quasi dissacrante ascesa, sono come i nostri cuori, vuoti e desolati, senza l’amore, che non è sentimento melenso ma nasce prima di tutto dal rispetto, per sé stessi, per gli altri e per tutto ciò che ci circonda.

All’Out Off fino al 2 giugno, con diversi incontri a margine dello spettacolo per approfondire i temi sollevati dal lavoro dostoevskijano. Per saperne di più www.teatrooutoff.it

 

 

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